Vivarium Scyllacense                                            Guido RHODIO*                                                                                       
   Anno IV-N.2,1993,9-38

                                                                        
   
                                           

  SQUILLACE E IL COMPRENSORIO
                              
DAGLI  SVEVI  AL  TRACOLLO DELLA FEUDALITÀ:  SPIGOLATURE STORICHE

 

          Nel presentare  lo studio La successione nello Stato feudale di Squillace** del prof. Luigi Borgia*** devo dire che  esso affronta per la prima volta in modo sistematico e documentato la successione feudale dello Stato di Squillace, uno dei Feudi politicamente strategici non solo della Calabria ma dell'intero Reame, conosciuto nel tempo col nome <<di Sicilia>>, <<di Napoli>> e <<delle Due Sicilie>>.

         L'incasellamento cronologico dei vari Conti, Principi e Duchi di Squillace, il ventaglio di Casate nobiliari tra le più esposte, rinomate e illustri a cui nei diversi secoli  gli stessi Signori appartenevano, ma soprattutto l'analisi storica che inquadra il ruolo, per tante ragioni primario e cruciale, di un territorio feudale tra i più emblematici e determinanti nello snodo politico ed economico del Regno, concorrono  a mettere fi­nalmente in chiaro e a precisare adeguatamente non solo pagine significative della storia cittadina e calabrese,ma a stabilire, con cognizione di causa, alcuni tasselli necessari e fondamentali per il mosaico della storia del nostro Meridione.

         Lasciato da parte, opportunamente, l'approccio complesso e im­pegnativo con la Casa normanna, viene rimandato ad altro approfon­dimento l'esame scrupoloso della successione e delle vicende politico-militari riguardanti la dinastia degli Altavilla Signori di Squillace per circa un secolo,  dalla resa dei bizantini asserragliati tenacemente nel fortilizio e fino all'arrivo degli Svevi (1).

         Una dinastia che - con Guaimaro di Salerno, il Guiscardo e Ruggero, Eberardo, <<a cui il malvagio Re [Guglielmo il Malo,nel 1158, ndr.] cavò gl'occhi per sugestione dell'empio Maione>>, An­fuso, Guglielmo e Riccardo, ma anche con Adelaide, Elisabetta, Sichelgaita e Medania - fonda il <<Regno del Sud>> e lo stesso si­stema feudale meridionale; riesce ad abbattere l'<<ultima roccaforte bizantina>> di Squillace e ne soppianta l'organizzazione; reintroduce in chiave politica e religiosa la latinizzazione dell'area scillacense, interrotta con l'oscuramento della luce sfavillante dei Cenobi cassiodorei di Vivarium e Montecastello, e riproposta, nella linea della risoluta e incalzante politica papale, dal grande carisma ascetico di San Bruno di Colonia che, con Ruggero il Gran Conte, proprio attraverso le donazioni da Squillace, fonda la Certosa della Torre e recide l'esperienza del rito greco-bizantino che per quattro secoli circa aveva caratterizzato la diocesi.

 

    Tra Svevi, Angioini e Aragonesi.

 

         Il prof.Borgia squarcia invece la prima notte feudale squil­lacese scandagliando puntigliosamente e lucidamente l'impianto a Squillace della Casa Sveva dei Lancia,cugini di Federico II e di Manfredi, nonchè il caposaldo eccezionalmente filo-ghibellino, perciò antiangioino e antipapale, in cui i conti svevi trasformano Squillace,costretta a contrastare, gareggiare e affrontare, col coinvolgimento della nobiltà e degli stessi vescovi locali,il leggendario ed enigmatico conte Pietro Ruffo di Catanzaro,esponente principale e testardo della partigianeria filo-guelfa.

         E'sicuramente certo che Squillace non ingoiò mai lo strazio del corpo di Manfredi nel 1266, nè la sconfitta-esilio a Benevento del suo  conte Federico Lancia: dopo solo qualche anno, infatti, nel 1268, la riscossa ghibellina  impersonata dal <<pullum aquilae>> federiciana, fermamente deciso, dopo la dieta di Augusta, a rivendicare il regno avito, trovò ancora l'entusiastica a­desione della stragrande maggioranza del popolo squillacese.

         Trascinata nella rivolta a favore di Corradino dall'agitato re Rinaldo da Cirò (o Ipsigro); dalle gesta del suo Conte esule, Federico Lancia, che comandava però arditamente la flotta pisana, e dagli stessi vescovi locali, nella primavera-estate di quell'anno, con pochissime significative altre città calabresi - nonostante che il castellano, Andrea de Cornay, si schiera decisamen­te con l'esercito angioino, lasciando la moglie a guardia della rocca, invasa e depredata dagli abitanti - Squillace insorgerà coraggiosamente e rischiosamente contro Carlo d'Angiò, che aveva proseguito  <<...con forza e con menzogna la sua rapina>> de <<la gran dota provenzale>> e che <<vittima fè di Curradino>>.

         Al tiranno angioino e alla <<mala segnorìa>> la città resisterà, infatti, per alcuni anni pagandone la temerarietà con la  dura  repressione programmata dall'altero vincitore <<ad cunctorum proditorum exterminium et ruinam>>, e capitolando solo molto tardi all'inesorabile francesizzazione,tanto che solo a partire dal 1271 risulta infeudata a Giovanni di Montfort (2).

         Da tenere in conto che è di questi anni - 1270-1271 - una decisione del Re Carlo I d'Angiò che dispone una  <<provisio de non molestando Stefano Ruffo, de Squillacio,pheudatario>>, eviden­temente suo partigiano - come il leggendario, e certamente parente, conte di Catanzaro Pietro Ruffo - ma di cui non è chiaramente interpretabile il ruolo di <<pheudatario>>, se cioè vi sia stata una reale investitura di Squillace.

         Non  va dimenticato  inoltre il protagonismo di Squillace e dei suoi migliori cittadini nei prodromi,durante e nei mesi susseguenti dei Vespri Siciliani, quando soprattutto <<gli intrighi di Pietro d'Aragona con gli esuli siciliani e con i ghibellini d'Italia miravano a fare scoppiare la guerra civile>> nel Regno e principalmente in Calabria, dove <<parecchi fuorusciti calabresi, che avevano trovato ospitalità presso Pietro d'Aragona, erano stati da questo rimandati nei rispettivi paesi, allo scopo d'incitare gli animi a sollevarsi contro gli Angioini>> (3).

         E'infatti della fine del 12 febbraio 1283 la partecipazione del Conte di Squillace, Giovanni di Montfort - insieme a quelli di Catanzaro, Arena, Borgogna e Alencon - al consulto che il vicario generale in Calabria di Carlo I, il principe ereditario Carlo (poi II), tiene a Reggio e in cui si decide il trasferimento dell'esercito angioino da Catona a Terranova presso Oppido, che di fatto apre le porte di Reggio a quello Aragonese e apre anche <<una nuova fase per la guerra del Vespro>>.

         Non è da escludere che in quegli anni siano arrivate fino a Squillace le bande dei ribaldi <<Amulgaveri>> assoldati com'è no­to da Pietro d'Aragona e <<spediti nell'infelice suolo di Calabria a rinnovarvi le nefaste imprese operatavi dai Saraceni nell'alto Medio Evo>>, bande che <<col terrore, suscitato dai saccheggi, dalle taglie e dalle uccisioni, essi ebbero il compito di aprire le vie del paese al re d'Aragona>>, smorzando gradualmente gli entusiami delle popolazioni per il partito aragonese (4).

         Sicuramente fu in questo contesto e nell'euforia delle intrepide gesta del grande condottiero Ruggero di Lauria che, dopo la strepitosa impresa navale di Nicotera del 1285 e le susseguenti favorevoli incursioni dello stesso coraggioso Capitano <<sulle sponde dell'uno e l'altro mare>> calabrese, Squillace, con pochissime altre emblematiche città calabresi, autonomamente innalzò la bandiera aragonese, accaparrandosi d'ora in avanti un crescendo di patrimonio d'affezione e di predilezione da parte della Casa regnante d'Aragona.

         Ciò ovviamente non servì a far conseguire alla città l'auspicata tranquillità per il prolungarsi sul suolo calabrese delle ostilità, mutatesi nel tempo <<in guerriglia devastatrice e selvaggia>>, tra eserciti e fazioni angioine ed aragonesi e per l'in­capacità degli Aragonesi e dello stesso Ruggero di Lauria di <<saper conservare le terre conquistate, che, poco e mal difese, passavano alternativamente da Aragonesi ad Angioini>>.

         Di questo altalenarsi di prevalenze partitiche ne è riprova evidente l'intervento del vescovo di Squillace, Filippo, nel 1286,  all'incoronazione di Giacomo d'Aragona a re di Sicilia e la certa riconquista della città da parte dell'angioino conte Giovanni di Montfort, che - nel quadro della riconquista angioina di qualche posizione perduta e delle prolungate trattative diplo­matiche tra Carlo II d'Angiò e Giacomo II d'Aragona, culminate, auspice il papa Bonifacio VIII e il matrimonio di Giacomo con la figlia di Carlo, col patto di Junquera del 1293 e con la pace di Anagni del 12 giugno 1295 - ritroviamo  sicuramente Signore di Squillace nel 1292, anche con la carica di Gran Camerlengo del Re­gno, e nel 1295, quando firma l'inventario di preziosi tessuti di seta catanzarese.

         Tutti conoscono con quale sdegno reagì la Calabria e anche la Sicilia a quei patti,giudicati un vero tradimento di Giacomo, e con quale ardore d'impegno - respinto decisamente dal fratello Federico d'Aragona il patto, gli ordini del papa e acclamato re di Sicilia lo stesso Federico dal parlamento generale di Catania del 15 gennaio 1296 - riarse la guerra tra i due blocchi, coinvolgendo soprattutto l'epicentro calabrese con un esercito poderoso alla testa del quale stavano con il giovane re Federico, il gran condottiero Ruggero di Lauria e il  <<prode e generoso>> Blasco d'Alagona.

         Sono questi tre eccezionali ed ardimentosi condottieri ara­gonesi che nel pieno dell'anno  1296, dopo la presa di Messina e di Reggio, investono, piegano <<con maggior nerbo di forze>> ed espugnano Squillace, precisando il Fazello che  <<Capto Squilla­cio, et Conrado Lancea ibi Praefecto constituto, contra Catanza­rim exercitum mittit...>>, esercito che resta accampato per più settimane alla marina di Squillace in attesa di risolvere le titubanze "patriottiche?" di Ruggero di Lauria per l'assalto contro Catanzaro (5).

         Questo Corrado Lancea, morto intorno al 1300, era Ammiraglio della flotta catalana di Pietro d'Aragona e poi Gran Cancelliere e Ammiraglio di Sicilia; ma, quel che più conta per noi, era molto probabilmente figlio e  sicuramente discendente dei Lancia, conti di Squillace, ed aveva perciò radicati astio e odio antichi e tutto il sangue ribollente della brama di vendicare i suoi congiunti svevi, scacciati da Squillace dai Monforte e disumanamente annientati dagli angioini, quasi trenta anni prima, dopo Benevento e Tagliacozzo, con Manfredi e Corradino.

         Sempre in questo periodo dobbiamo registrare uno scontro tra Ruggero di Lauria e il conte Giovanni Monforte di Squillace, evidentemente scampato alla resa a cui la nostra città era stata in­dotta nelle settimane precedenti, il quale  nel luglio-agosto 1296 aveva con veemenza attaccato Rocca Imperiale, in settembre poi ar­resasi in suo potere.

         Gli ultimi convulsi episodi di un ventennale e cruento duel­lo tra Dinastie e tra fazioni feudali e cittadine della Calabria dovranno registrare il voltafaccia ancora indecifrabile dei due grandi condottieri e protagonisti della lunga guerra del Vespro: Giovanni di Procida e Ruggero di Lauria, passati repentinamente nelle schiere che avevano passionalmente e prestigiosamente com­battuto.

         Soprattutto il voltafaccia di Ruggero, il leggendario Ammira­glio aragonese, che nel tentativo disperato e infelice di combat­tere, questa volta finalmente, stretti dal <<comun sangue>>, fianco a fianco con Pietro Ruffo, per la riconquista di Catanzaro, viene dagli Aragonesi e dal suo prode compagno d'arme Blasco d'Alagona, nel settembre 1297, duramente sconfitto, ferito e messo in fuga, salvandosi miracolosamente la vita col rifugio a Badolato.

         La stessa Squillace, occupata dagli Aragonesi, resistette lun­gamente all'assedio delle truppe angioine che da più mesi non riuscivano ad espugnarla e cui cederà soltanto nella primavera del 1299, ritornando, con altre terre finitime e con la stessa Catanzaro, al mai gradito governo angioino.

         Anche quì da noi, questo atteggiamento di permanente ripulsa al potere angioino verrà a stemperarsi  soltanto con gli accordi di Caltabellotta del 1302 e con l'arrivo in città, nel 1313, di Tommaso Marzano, il quale sposando, evidentemente in terze nozze, Maria Estendardo avvierà la dinastia squillacese di questa famiglia, munifica di libertà civili e di significative istituzioni religiose.

         Con questa famiglia il castello di Squillace potrà ancora allietarsi e ingentilirsi, come nel passato, di splendide e virtuose Madonne Contesse e Castellane, appartenenti ai migliori e più illustri Casati del Regno, e tra queste soprattutto, intorno al 1342, della bellissima Giovanna (o Giovannella) Ruffo, figlia di Giovanni, conte di Catanzaro e moglie di Goffredo Marzano, conte di Squillace, che Boccaccio magnificherà nell'<<Amorosa visione>> per l'eccezionale bellezza pari a quella di una dea (6) e infine, circa un secolo dopo, della famosa Eleonora d'Aragona, figlia del Re Alfonso il Magnanimo, e moglie dell'unico Duca di Squillace, Mari­no Marzano-Ruffo, fellone nei confronti del cognato Ferrante, che lo manderà in carcere e  lo farà avvelenare nel 1464.

Nel castello di Squillace come "Giulietta e Romeo"?

           E' nella successione di questi trambusti turbinosi,rimasti tuttora ampiamente inesplorati, che va collocato il mistero dei giovani amanti sepolti vivi nel Castello di Squillace, i cui scheletri teneramente abbracciati sono stati scoperti nel corso di recenti scavi archeologici della Ecole Francaise (7).

         Tali conflitti, interessanti i secoli  XI,XII e XIII, s'intrecciano infatti, come già si è potuto notare, con avvenimenti politicamente rilevanti per l'intera Nazione, ma, senza essere ancora adeguatamente decifrati, si diramano da Squillace, intersecando  il triangolo bizantino, normanno/svevo e angioino della Signoria dei Montfort.

         Quest'ultima Signoria si insedia a Squillace con frotte di cavalieri francesi o filofrancesi dopo la fine tragica di Manfredi e Corradino e degli stessi Federico, Vicario generale di Manfredi in Calabria, e Galvano Lancia junior, conti di Squillace.

         Parallelamente si registra in città - avvenimento per niente scardinato dagli eventi  misteriosi, per non dire esoterici, attribuiti allo sfortunato Ordine cavalleresco - l'insediamento di un nucleo significativo e prestigioso di Templari che allungano la loro influenza, tramite la postazione del Monastero dei Gerosolimitani di <<Monasterace>>, fino alle porte di Catania, anche con la figura emblematica di  Guglielmo di Squillace, che nel 1294 risulta sindaco ed economo degli estesi possedimenti ed imbarcazioni templari di Lentini, strategicamente nevralgici per il controllo dell'intera costa jonica calabro-sicula e dei traffici verso le sponde palestinesi, rispetto alle operazioni militari delle Crociate e a quelle connesse di carattere economico.

         L'indagine osteologica e gli altri accertamenti predisposti  dalla Soprintendenza ai Beni Culturali di Reggio Calabria e dalla stessa Ecole Francaise stabiliranno l'anno approssimativo a cui far risalire gli scheletri - sembrerebbe tra il XII e il XIII secolo - e conseguentemente si potrà ricondurre a ragionamenti plausibili la storia conturbante e la dinamica del fatto tenebro­so - delitto o suicidio ? - che ha interessato la giovane coppia - novelli Giulietta e Romeo! - emersa non tanto improvvisamente (8) dai sotterranei del castello di Squillace.

         Si potrà sapere, cioè, se la vicenda sentimentale dei due giovani innamorati o amanti squillacesi sia stata conseguenza dei terribili e funesti conflitti registrati nel maniero squillacese tra tra famiglie di bizantini e normanni,di normanni e svevi o di svevi e angioini e aragonesi, oppure se va spiegato come l'epilogo di un amore impossibile e senza ritorno maturato, contenuto ed esploso all'interno di una stessa famiglia di Signori e Dignitari o Cavalieri della Corte feudale squillacese.

          Vita religiosa che rifiorisce.

          Ma non sono solo i misteri e i conflitti a far scena nella Squillace di questi secoli, se possiamo notare  con compiacimento che non mancano, anche sotto l'aspetto spirituale, momenti partecipativi di prim'ordine ai grandi innesti del rinnovame