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Vivarium Scyllacense
Guido RHODIO*
In margine al celebre Processo di quattro secoli faGiordano Brunoe il Vescovo di Squillace Isaresi
Penso che il crepitìo del rogo che il 17 febbraio del 1600 avvolse e bruciò vivo il pensatore e l’uomo Giordano Bruno, provochi ancora oggi - a 400 anni di distanza - turbamento e risentimento non solo negli uomini liberi, ma, ancor più, in ogni cristiano, definitivamente consapevole, per lo sviluppo degli insegnamenti e degli atteggiamenti operati dal Magistero e dai Concili, del valore fondamentale della vita, che nessuno può reprimere, neanche quando le idee e le tesi di qualcuno contrastano con le proprie o con la propria fede. Pur nel riconoscimento della oggettiva, enorme gravità del fatto e dei metodi di quell’epoca – Bruno resta sempre una “vittima dell’intolleranza” -, è necessario guardare ad esso con sentimenti meno carichi di passioni e di pregiudizi, cui dovrebbe concorrere almeno il filtro delle analisi storico-scientifiche che lungo i quattro secoli, e in particolare nell’ultimo, hanno ricollocato i fatti medesimi nei canoni ineludibili di un sereno metodo storico, certo confermando e ridistribuendo colpe e responsabilità, ma alla luce dei tempi in cui esse sono avvenute e non sulla base delle conquiste di civiltà intervenute. Sintomatiche a questo riguardo le conclusioni cui sono pervenuti eminenti studiosi, come l’americano Henry C. Lea e il nostro Luigi Firpo, che a questo drammatico periodo e al processo hanno dedicato opere fondamentali e sicuramente non partigiane. Il primo sostenendo[1] che qualunque orrore possano ispirarci i mezzi impiegati per combatterli, qual che sia la pietà che dobbiamo provare per quelli che morirono vittime delle loro convinzioni, riconosciamo senza esitare che la causa dell’ortodossia non era altro che quella della civiltà e del progresso; ed il secondo sostenendo[2] che la condanna [di Giordano Bruno] è stata oggettiva. Dal punto di vista giuridico del tempo non esisteva alternativa. Dal punto di vista del procedimento è un procedimento esemplare, come, aggiungiamo noi, fu esemplare, da un altro punto di vista, anche l’ostinata difesa da parte di Giordano Bruno delle sue idee chiaramente in contrasto stridente con la dottrina filosofica e soprattutto con la dottrina teologica della Chiesa, circostanza ben nota non solo al pensatore, ma principalmente al cristiano e al frate domenicano Bruno. Noi cristiani dei tempi moderni, confortati e sostenuti dal Magistero, non solo non condividiamo quei metodi, ma senza tentennamenti li condanniamo e li respingiamo con forza, come appartenenti ad un’ epoca e ad una mentalità le quali evidentemente avevano posto la dignità e la libertà della persona umana fuori da ogni scala di valori cristiani ed umani. Nonostante ciò, devono purtroppo registrarsi posizioni irriducibili di alcuni gruppi di anticlericali, che, per esempio, in questi giorni resistono e respingono le prove di buona volontà che vengono dalla Chiesa e dallo stesso Santo Padre[3] che non ha difficoltà a chiedere perdono a nome di tutta la Chiesa. * * * * * Ma non è di questo che vogliamo parlare in questo articolo, bensì di una circostanza che collega la nostra realtà a queste vicende tristissime e che avrebbe dovuto riguardare, secondo me, anche le vicende del Campanella, circostanza appena evidenziata da studiosi come il Firpo, e mai approfondita nelle implicazioni e soprattutto nelle prospettive delle vicende esplose in Calabria in quegli anni. La circostanza riguarda il ruolo avuto nel processo bruniano da Fr. Paolo Isaresi della Mirandola, frate domenicano come Bruno e come Campanella, e la sua nomina a vescovo di Squillace il 13 agosto 1601, appena un anno dopo il rogo di Campo de’ Fiori. Se si eccettuano le brevi ma esaltanti note di Giuseppe Lottelli[4], anch’egli dell’Ordine dei Predicatori, che ricalca la santità e l’impegno apostolico del vescovo Isaresi, la storiografia locale si ferma alla sintetica presentazione del personaggio: "Mirandulanus - Ordinis Praedicatorum Pro[curat]or, & Vic.[arius] G[e]n[era]lis, a Clemente VIII electus…"; per il resto è stato sempre considerato un nome qualunque, un episcopato di poco conto, un episcopato senza significativi avvenimenti, conclusosi con la morte dopo un anno dal suo inizio. L’approccio meno superficiale e approssimativo ci propone, invece, Fr. Paolo come un nome eccezionale, importante e significativo; si può inoltre realisticamente immaginare che il suo sarebbe stato un episcopato interessante e decisivo per i fremiti di ribellione e di rivolta che i due secoli (‘500 e ‘600), segnavano per la Chiesa di Squillace, non solo con la vicenda pur dirompente dello stilese fr. Tommaso. Pochi ancora hanno finora affrontato, o lo hanno fatto in modo assai marginale, il senso e la portata di questi avvenimenti a Squillace e in Calabria, che pure integrano e completano, in modo forse unico e comunque tumultuoso e mai esaustivo, il quadro fosco dell’eccidio valdese a Guardia e S. Sisto. A Squillace e Diocesi in quei decenni vi sono, infatti, sintomi forti ed autonomi (cosa che sorprende ed incuriosisce) di penetrazione delle nuove idee, soprattutto protestanti, e risultano reazioni molto dure della Chiesa ufficiale: Nardo e Francesco Forese che negano l’intercessione dei Santi e che spesso soggiornano a Ginevra, sono sottoposti a processo inquisitorio a Palermo e Squillace; un sacerdote di Soverato nega la Risurrezione; Cesare Sanctoro, luterano convinto ed attivo, è arso vivo nella piazza della Cattedrale il 12 luglio 1570 (episcopato del Cardinale Sirleto); un Commissario dell’Inquisizione (un non bene identificato Vincenzo Celino) risulta permanentemente stanziato presso la Curia di Squillace, almeno dal 1559. E’ in questo quadro assai incandescente, che i tre vescovi “locali” Sirleto non erano riusciti evidentemente a contenere, che, con decisione diretta e personale del Papa, viene mandato a Squillace fra Paolo, massimo esponente dell’Ordine domenicano con fama di “gran teologo” e di frate “dotto e pio”, ma soprattutto con una esperienza di primissimo rilievo nel Sant’Uffizio, del quale è Consultore. Le storie più autorevoli dell’Ordine dei Predicatori ci dicono che non era questo lo sbocco della “carriera” di Fra Paolo[5]: Commissario dal 1579 dell'Inquisizione in Venezia, <<porta>> della Riforma protestante, dove, tra gli altri, conduce i processi ai portoghesi Michel Vas e Giorgio Lopes i quali “giudaizzavano”[6]; “socio” del P. Paolo di Ferrara, generale della religione, e Priore provinciale di Terrasanta, lettore di teologia alla Sapienza dal 1592, diventa procuratore e vicario dell’ordine il I° ottobre 1595 col generale Ippolito Beccaria e, nel 1600, alla morte di questi, assume la reggenza dell’Ordine. Il ruolo e l’impegno era ormai avviato verso il vertice dell’Ordine, come Maestro Generale, per il quale è addirittura candidato e fortemente sostenuto dallo stesso Clemente VIII, che però è costretto ad abbandonarlo quando, nel Capitolo del 1601, si fa forte lo scontro tra italiani ed occitani e la resistenza della Francia, che pretende ed ottiene la nomina di un francese nella persona di Jérome Xaviere. A questo proposito gli storici predetti narrano di un singolare battibecco tra il Papa e Fr. Paolo: al Papa che gli comunicava direttamente, in pubblica udienza, la nomina a Squillace Fra Paolo osservò che non essendo stato degno della nomina a Generale dell’Ordine non poteva essere degno della nomina a vescovo, ed il Papa, con gesto paterno e comprensivo, rispose, mettendo la mano sul capo dell’eletto, con la frase: che il tuo peccato passi su di Noi! e, prosegue lo storico, il le congédia confus et éveque[7]. * * * * * Questa sommaria presentazione del personaggio Isaresi e del contesto locale consente un più lineare percorso per scoprire e rispondere ai quesiti che ci hanno stimolato: quanto, cioè, sia stato l’apporto di equilibrio e di umanità che la dottrina e la santità dell’Isaresi recò nell’Inquisizione e in particolare allo storico processo a Bruno; quanto, ancora, questo suo ruolo di Inquisitore prestigioso abbia determinato, una volta tramontata l’elezione al Generalato dei Domenicani, la decisione, esclusivamente papale, di destinarlo alla Cattedra di Squillace, Diocesi che risultava di frontiera perché ribollente di fermenti, di azioni e di presenze innovative. Sul primo quesito solo un indagine adeguata e sistematica di documenti e fatti potrà stabilirne la portata. Sta di fatto che l’Isaresi incontra Bruno almeno nella seduta della Congregazione del S.Uffizio che visita i carcerati il I-2 aprile del 1596, quando si stabilisce che l’Isaresi provveda il Bruno di adeguata sovvenzione[8], cui seguono altri incontri ufficiali fino a quello speciale, effettuato almeno dopo la visita del più influente membro del Tribunale, S. Roberto Bellarmino in data 21 dicembre 1599, dopo la quale visita l’Isaresi espletò l'impegnativo incarico di convincere Giordano Bruno ad abiurare. La circostanza è ricordata dagli studiosi più accreditati, come Raffaele Mariano, Angelo Mercati e Luigi Firpo[9]. In particolare quest’ultimo così la rievoca: Pazientemente il consesso [la Congregazione, nde.] operò un estremo tentativo ed impose ai due più autorevoli confratelli del Nolano, il generale Beccarla ed il procuratore Isaresi, di recarsi nella cella dell’ostinato per convincerlo, mostrargli i suoi errori, chiarirgli le enunciazioni che egli avrebbe dovuto abiurare, indurlo a penitenza, cui segue l’amara conclusione del Mercati: Ma fu vano ogni sforzo del Beccaria e dell’Isaresi. Con questi trascorsi, quando ormai era nella vecchiaia inoltrata, egli viene mandato, nel 1601, vescovo a Squillace. Non c’è chi non vede, con queste notizie - ed è questa la mia risposta, ovviamente tutta da verificare, all’interrogativo conclusivo -, che alla esperienza, prudenza e saggezza di Fr. Paolo la Santa Sede affida certamente un obiettivo e un compito molto arduo e impegnativo da svolgere tra noi: arginare la rivolta del Campanella e spegnere i fuochi dei riformisti protestanti, che invano i roghi nella piazza del vescovato avevano tentato di contenere. Non si spiegherebbe altrimenti la nomina di un esponente emblematico del S.Uffizio e del più autorevole Ordine di quel periodo alla cattedra di Squillace, certo molto prestigiosa e remunerativa, ma tanto lontana dalla terra di origine dell'eletto, che per i suoi meriti poteva sicuramente aspirare a sedi altrettanto prestigiose del centro-nord italiano o a incarichi di Curia. Né si spiega perché dopo la morte di Isaresi si susseguono a Squillace molti Commissari apostolici e, soprattutto, nel 1629 una minuziosa Visita apostolica di Andrea Perbenedetti, i cui atti risultano ad oggi misteriosamente spariti anche nell’Archivio Segreto Vaticano. L’elezione di Isaresi avviene, infatti, nel cuore della tentata rivolta (1599) di Campanella, che negli anni precedenti aveva frequentato assiduamente gli ambienti della Sapienza e che risulta incarcerato e visitato a Roma dalla Congregazione che si occupava del caso Bruno: nei suoi riguardi il predecessore di Isaresi, Tommaso Sirleto, aveva già iniziato, come si sa, il processo inquisitorio. Un obiettivo che fra Paolo non potè perseguire perché il suo governo fu brevissimo, per la morte avvenuta nell’autunno 1602[10], quanto bastò però perché la sua personalità, non ostante le pochissime notizie, raccogliesse la stima e la venerazione della comunità diocesana. Celebre rimane il racconto del Lottelli della commovente predica che l’Isaresi aveva tenuto dal pulpito della Cattedrale, vestito solo con la semplice cappa di frate domenicano e col pastorale in mano, nella primavera del 1602 e che aveva finalmente portato la pioggia alla città e dintorni, che la impetravano da diversi mesi, siccità prolungata che aveva prodotto una angosciante carestia. Lo stesso Lottelli narra che dopo qualche decennio fu fatta l'esumazione per collocare il cadavere del vescovo in una tomba più degna, in Cattedrale, e il suo corpo - specialmente la sua lingua - venne trovato intatto. Il che dimostra quanto grande era la considerazione che il vescovo Isaresi in così poco tempo si era procurata e, soprattutto, quanto grande era la fama che lo aveva seguito in Diocesi, per i compiti delicati ed impegnativi che aveva svolto, con dottrina e pietà, ai vertici dell’Ordine e della Chiesa. * Direttore del Bollettino
NOTE [1] cfr. la celeberrima Storia dell’Inquisizione che dal 1956 ha fatto per decenni scuola; [2] cfr. Il Processo di Giordano Bruno, 1949 e 1993, che sintetizza quasi cinquanta anni di studio su quel processo. Cfr. anche i numerosi, fondamentali studi sul nostro Campanella. [3] Cfr. AdnKronos, lancio dell’11 febbraio ore 18,47. [4] Lottelli Giuseppe, Squillacii Redivivi libri IV. (manoscritto originale in Archivio Vescovile di Squillace, interamente stampato dall’Università della Calabria col titolo…. [5] R.P. Mortier, Histoire des Maitres Géneraux etc. (vol.VI+VII), paris 1913 ; Echard (Quetif) J., Scriptores Ordinis Praedicatorum, Lut. Parisiorum, 1719. [6] cfr. Massimo Firpo, Riforma protestante ed eresie nell'Italia del cinquecento, Bari 1993, p.11e ss.; R.Canosa, Storia dell'Inquisizione dal Cinquecento al Settecento, vol.II (Venezia), Roma 1997, p.112. [7] R.P. Mortier, Histoire.., etc., cit. [8] Verbale in l.firpo, Il Processo, cit., pp.230-232. [9] R. Mariano, Giordano Bruno, in Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, 2 settembre 1881, Cap.V, p.3666; A.Mercati, Il sommario del processo a Giordano Bruno, in Studi e Testi, Città del Vaticano, 1942; L.Firpo, Il processo…, cit. 1993, p. 102. [10] Il Regesto di Padre Russo ci segnala… Ma forse bisogna propendere per la primavera di quell’anno in quanto l’intestazione Capitulum Cathedralis Ecclesiae Squillacen Sede Episcopali Vacante di un importante documento esistente nell’Archivio Vescovile di Squillace, come la Tavola di Resurrezione del 23 marzo 1602, dimostra che la morte di Isaresi doveva essere già avvenuta a quella data. In quest’ultima ipotesi l’’episcopato di Isaresi sarebbe durato nemmeno un anno. |