Vivarium Scyllacense                                                                                            Guido RHODIO*

         XIII/1-2, 2002, 9-22

 

 

Prezioso e sconosciuto documento custodito a Cremona:

 Un Dittico eburneo del VI secolo nel nome di Agazio
celebra l'unità delle Chiese d’Oriente e d’Occidente

  

Tra i tesori custoditi nel celebre Museo Ala Ponzoni di Cremona vi è un Dittico d'avorio risalente al sesto secolo (vedi foto), proveniente da Costantinopoli e "appartenuto a quella Patriarcale Chiesa".

Dell'esistenza di questo Dittico aveva fatto cenno, anche se non ne indicava l'ubicazione, il nostro don Rocco Frajetta, Canonico Penitenziere della Cattedrale e Professore nel Seminario di Squillace negli anni quaranta[1], trattando magistralmente sulla Rivista Oikoumenikon del 1963[2] la storicità  e il culto antichissimo del nostro Santo Patrono Agazio, Martire di Cristo nel 303, nel quadro di un contributo alle sessioni del Concilio Vaticano, pubblicato dall’ importante periodico col titolo "I Martiri delle prime persecuzioni cristiane legame spirituale tra l'Oriente e l'Occidente nella Chiesa".

Nel lungo e documentato saggio, frutto non solo della sua intelligenza e preparazione ma anche indiscutibile atto d'amore verso il Patrono della sua Diocesi originaria e del suo paese natale, si riprometteva, infatti, di esaminare un interessante documento storico del VI secolo, il Dittico Eburneo, in cui sono riprodotte le immagini di S.Teodoro e S.Acacio, che furono i celebri santi onorati, come patroni delle milizie, a Bisanzio[3].

Non so per quale motivo questo seguito non venne poi pubblicato, ma sono lieto di realizzare io, in misura certamente assai modesta, il proposito dell'indimenticabile mons. Frajetta, che conobbi fanciullo ed ebbi la fortuna di frequentare, intrattenendo un cordiale rapporto epistolare, quando ormai egli trascorreva la vecchiaia a Palo Laziale.

L'occasione mi è data dalla fortuita e fortunata consultazione di due minuziose monografie che al Dittico di Cremona dedicarono, tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, due eminenti studiosi, il domenicano Padre Giuseppe Allegranza, Bibliotecario della Regia Biblioteca di Milano, e l'Abate Antonio Dragoni di Piacenza[4].

Da queste due monografie, soprattutto da quella del Dragoni, rilevo le analisi e le indagini che i due studiosi avviarono e dibatterono sul reperto eburneo, donato dal Conte Giambattista Biffi, <<eruditissimo cavaliere, e degno d'ogni venerazione>> a Giuseppe Ala Ponzoni, fondatore e mecenate del Museo cremonese.

È lo stesso Ala Ponzoni che, nella lettera indirizzata al Dragoni il 28 agosto 1808,  precisa il modo come divenne proprietario, insieme ad altri "preziosi oggetti", dell'importante reperto, dicendo che il Conte Biffi col testamento del 30 maggio 1796  lo fece erede di parecchi avorj di singolare bellezza e curiosità, fra i quali un Dittico di perfetta conservazione, di non ordinaria grandezza, e di mirabile lavoro; S.Teodoro e S.Agazio MM. riconosciuti per le loro greche leggende coprono il bipartito interessante avorio, ch'io credo appartenere all'antica Chiesa Patriarcale di Costantinopoli....

Non pare necessario attardarsi, quì, sull'importanza dei Dittici - nella doppia funzione celebrativa e liturgica, civile o religiosa, di persone ed eventi - che è unanimemente condivisa[5].

Per quella liturgica, che ci interessa in questa sede, basta ricordare che essi recavano trascritti all'interno l’elenco dei Santi o degli alti dignitari ecclesiastici (Papa,  Vescovi) che il diacono proclamava solennemente nella Messa, prima o dopo la Consacrazione, mentre, all'esterno, le valve d'avorio, recavano scolpite figure generalmente di Santi o Personaggi  eminenti e rappresentativi  dell'epoca in cui  i dittici erano realizzati ed usati.

Al riguardo il Dragoni ricorda che i Dittici collocavansi dagli Antichi nella solennità delle Mense. Ben presto per questi liturgici sacri usi, i sacri Dittici fra tutte le sacre suppelletili ottennero il primo posto e nella parte più eminenete si costumò di collocare....

È la sorte che sarà toccata anche al Dittico di cui ci interessiamo; l'onore, cioè, di essere collocato sull'altare della Chiesa patriarcale di Costantinopoli ed essere, quindi, testimone e strumento di tante preghiere e di tante vicende storiche e religiose di uno dei due "polmoni" del cristianesimo[6].

In questo quadro, interessanti sono le conclusioni a cui il Dragoni pervenne, dopo gli accurati e precisi studi e valutazioni comparate di tutti gli elementi afferenti al manufatto museale.

Sono conclusioni che, come cristiani di questa Diocesi, ci  entusiasmano e per molti versi ci  inorgogliscono.

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Il Dittico di Cremona, per il Dragoni, sulle cui tesi spesso si ritrova l'Allegranza, è stato voluto ed ordinato, infatti, dall'imperatore Giustino I, zio di Giustiniano e incrollabile calcedonese[7], e fu realizzato nel 519, ...anno celebre negli annali dell'Impero e della Chiesa per vari motivi, ma soprattutto perchè anno di lieta ricordanza per la felice riunione della Chiesa Costantinopolitana alla Chiesa Madre la Romana, riunione che ebbe luogo mercè le paterne cure amorose di Ormisda, Pontefice Romano[8], dell' Imperatore Giustino e di Giovanni vescovo di Costantinopoli....

L'evento che il Dittico celebra è, quindi, indubitatamente la ritrovata unione tra le due Chiese cristiane, dopo le controversie scismatiche, con il ripristino della cristologia calcedonese <<delle due nature>>  ed il chiaro riconoscimento di Roma come sede apostolica, evento in cui erano stati protagonisti soprattutto il vescovo di Costantinopoli Acacio e prima di lui il vescovo Teodoro di Mopsuestia, definitivamente condannati dalla “formula” di Ormisda del 28 marzo 519[9].

Per la conclusione di questa lacerante controversia è da registrare altresì l'impegno del nostro grande Cassiodoro, essendo certo storicamente che il papa Ormisda, nel 515 e nel 518, chiese l'approvazione di Teodorico, che mandò diverse delegazioni a Costantinopoli.

Lo stesso Cassiodoro, anch'egli convinto calcedonese, continuò questo prestigioso ed influente impegno di persona, a Costantinopoli, accanto a Papa Vigilio, fino alla  soluzione della controversia detta Tre Capitoli[10].

L'indagine e la riflessione passa poi alla descrizione dettagliata delle immagini scolpite sul Dittico, che vede sulla prima valva (tavoletta a sinistra di chi guarda; quindi in posizione di massimo onore) la figura del Martire Agazio rappresentato, giovane nell'aspetto, con le braccia e le mani aperte in gesto di preghiera, e sopra di lui il Salvatore e due Personaggi, probabilmente Ormisda e Giustino. Sulla seconda valva (tavoletta a destra di chi guarda) è scolpita la figura di S. Teodoro.

Ambedue le valve recano incise sulle due figure i nomi greci dei due Santi: AKAKIOS e THEODOROS, nomi che giustamente il Dragoni ritiene di dover chiarire,  precisando chi sono sicuramente questi santi Teodoro e Acacio.

Egli giungendo alla conclusione incontrovertibile che fra i sedici Teodori e i cinque Acaci due vengono riferiti nel Menologio di Basilio, fra i 27 Teodoro e i dieci Acacio del Baronio il S. Teodoro del Dittico non può che essere quello di Eraclea, martirizzato a Bisanzio l'8 febbraio[11], e il S. Agazio non può che essere quell'Acacio, che vari altri templj ebbe a se dedicati ed in Costantinopoli[12], e nelle città circonvicine; ...quell'Acacio, di cui con pompa solennissima celebravasi ogni anno a Costantinopoli la festa.

Lo studioso perviene alla certezza che Questi adunque e non altri può essere il S.Acacio, della cui immagine il nostro Dittico è fregiato, dopo aver  osservato che fra i varj Acaci del Martirologio baroniano e del Menologio di Basilio, uno solo ve ne era, che ascritto alla milizia conseguisse la gloria del martirio, per come  si rileva dal detto Menologio, dove solo per il Sant'Acacio Cappadoce del 7 maggio sta scritto qui militiam excercens in Scholarum Cohorte martyrium fecit Byzantii sub Maximiano Imperatore.

La conclusione è rafforzata dagli Atti de' Santi dell'Henschenio che al giorno sette di maggio ci porge nuovo argomento... ponendo in bocca del giudice parole piene  di compassione per la giovinezza e di rispetto pel suo stato militare e indicando in modo abbastanza preciso che Acacio aveva non più di 25 anni[13].

Restava solo da spiegare le ragioni della scelta dei due Santi come protagonisti e mèntori del Dittico.

Il Dragoni non ha difficoltà a concludere, dopo aver opposto S.Teodoro al vescovo Teodoro di Mopsuestia, protagonista dello scisma nestoriano, affermando che non ci voleva che un Acacio, che fosse in somma venerazione presso il popolo di Costantinopoli, per far ad esso dimenticar un Acacio, il cui anatema non voluto dai costantinopolitani aveva per 35 anni  tenute divise le due Chiese...

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Prima di chiudere la presentazione e la riflessione su questo "prezioso" reperto fortunatamente custodito e tramandato, mi piace evidenziare ancora una circostanza di sommo valore: la somiglianza del S. Agazio del Dittico eburneo sopra descritto con il S. Agazio impresso  nel sigillo plumbeo dell'ultimo vescovo bizantino Teodoro Mesimerio che, secondo un'altra importante testimonianza del 1700, pendeva dalla Bolla, scritta in greco e spedita da Squillace il 7 dicembre 1090 a favore di San Bruno, per la fondazione della Certosa di S.Maria della Torre (Serra S.Bruno).

Si tratta di una notizia riportata negli Acta Sanctorum dai Bollandisti, i quali nella Vita di San Bruno inserita nella Patrologia Latina del Migne[14], riprendono la testimonianza di Michele Morkens, autorevole studioso certosino che nella prima metà del Settecento trascrisse la Bolla originale e annotò, in calce, la seguente affermazione che traduco dal latino: ...Dalla parte superiore della bianca pergamena pende un piccolo sigillo di piombo; su un lato vi è un santo con le braccia e le mani protese: credo che sia il martire sant'Agazio, Patrono di Squillace; sull’altro lato poi vi sono delle piccolissime lettere greche leggibili a stento.

Mi pare assolutamente evidente e straordinario il parallelo iconografico con il Sant'Agazio del Dittico cremonese, anch'esso "con le braccia e le mani protese".

Senza azzardare ipotesi, pur comprensibili e possibili, sul tragitto di questo Dittico da Costantinopoli fino a Cremona (quali tappe esso ha fatto e come è arrivato al Conte Biffi; è immaginabile che esso possa aver seguito il corpo del martire bizantino fino a Squillace e che da quì sia sparito per razzie, trafugamenti, dispersioni, ecc.?), è lecito però pensare che la Chiesa greco-bizantina di Squillace abbia potuto conoscere o usare l'iconografia orante di Agazio, tanto da riprodurla nei plumbei sigilli episcopali scillacensi.

Non è secondario neanche il fatto che in Squillace e diocesi anche il culto per San Teodoro era rilevante: a parte il nome dello stesso Vescovo Mesimerio, una Cappella e Reliquie di San Teodoro risulta esistevano nella Cattedrale, come ne risulta la venerazione in altri luoghi della diocesi, di cui la traccia più importante resta a Satriano[15], dove il Santo militare è ancora oggi il Patrono.

Mentre i due preziosi oggetti si autenticano vicendevolmente sul piano documentale, storico e iconografico, c'è da evidenziare che il Dittico del VI secolo custodito a Cremona non solo ci tramanda la più antica immagine che si conosce di S. Agazio e la più prossima al martirio, ma riafferma e rafforza la centralità del nostro Patrono nella agiografia bizantina, e soprattutto lo propone, tanto prestigiosamente e fin dai secoli antichi, come simbolo e punto di riferimento nel percorso ecumenico delle chiese cristiane d' Oriente e d' Occidente.

Una consapevolezza che ci spinge ad approfondimenti ed avvicinamenti più convinti e consistenti - celebrandosi nel prossimo anno 303, come già fu fatto per impulso del vescovo Eugenio Tosi nel secolo scorso, il 17° centenario del Suo glorioso Martirio - alla figura e alla testimonianza del giovanissimo nostro Santo Martire e Patrono, di cui abbiamo il privilegio di conservare l'insigne reliquia del Corpo.


*Direttore del Bollettino

NOTE

[1] Don Rocco Frajetta, nativo di Guardavalle, espletò, con gli incarichi sopra detti, anche quello di Direttore Spirituale del Seminario, dal 1938 al 1941, quando fu chiamato alle armi come Cappellano militare. Congedato nel 1945, dopo un periodo di prigionia, assunse diversi delicati e importanti ruoli pastorali a Roma e anche nelle SS. Congregazioni del S.Uffizio e dei Sacramenti. Trasferitosi poi nella diocesi suburbicaria di Porto e S. Rufina, fu Parroco, Preside del Collegio S. Eugenio a La Storta, Canonico, Professore ordinario di Filosofia e di Lettere in vari Licei statali, e per molti anni collaboratore fiduciario del Card. Eugenio Tisserant, Decano del S.Collegio e umanista insigne, che del nostro conterraneo apprezzò la grande cultura e spiritualità..

[2] Il saggio, di eccezionale portata documentale, fu segnalato e brevemente commentato, tra le altre recensioni, dal Bollettino del Clero, Organo Ufficiale per l'Arcidiocesi di Catanzaro e la Diocesi di Squillace, Maggio-Agosto 1963, p.152.

[3] Frajetta R., I Martiri delle prime persecuzioni cristiane legame spirituale tra l'Oriente e l'Occidente nella Chiesa - AKAKIOS - S.Agazio martire e centurione di Cappadocia nel 303, in Oikoumenikon, quaderno 46, Aprile 1963, p.50

[4] Allegranza G.,Opuscoli eruditi latini ed italiani del P.M. Giuseppe Allegranza, dell'Ordine dei Predicatori, raccolti e pubblicati dal P.D. Isidoro Bianchi..., Cremona, 1781; Dragoni A., Sul dittico eburneo de' santi martiri Teodoro ed Acacio esistente nel Museo Ponzoni di Crenona. Lettera dell'abate D.Antonio Dragoni, Piacentino, Parrna, 1810.

[5] ad vocem cfr. Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia 1842, vol XX, pp.128-140; Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1950, vol. xvi, coll.1759-1762; Enciclopedia Italiana., Roma 1950,vol. xiii, coll.55-56.

[6] I due "polmoni" con cui deve respirare il cristianesimo è un’immagine, come si sa, del S.Padre Giovanni Paolo II.

[7] cfr. Enciclopedia italiana, Roma 1951, vol. XVII, col. 393, ad vocem.

[8] Sulla figura di Papa S.Ormisda (514-523)  e sul suo impegno per risolvere lo scisma acaciano basta cfr., tra l'altro, Kelly  J. (Oford University Press), Grande Dizionario illustrato dei Papi, Casale Monferrato 1989, p. 150ss.

[9] Queste decisioni comportavano, secondo la prassi, la radiazione di alcuni nomi di esponenti scismatici e l’iscrizione di altri ortodossi, per cui esse diventavano anche l’occasione per costruire nuovi Dittici. Cfr. La restaurazione dell’ortodossia in Oriente, in Storia della Chiesa (a cura di P. De Labriolle, G. Bardy, L. Breher, G. De Flinval), vol. IV, Torino 1977, p.341.

[10] cfr. Mazza M., La Historia Tripartita di Flavio Magno Cassiodoro Senatore: metodi e scopo, in Leanza S. (a cura di), Flavio Magno Cassiodoro Senatore, Atti della settimana di studi, Cosenza-Squillace 19-24 settembre 1983.Soveria Mannelli 1986, p.228ss; cfr. anche: La dottrina cristologia dei Tre Capitoli, in Storia della Chiesa, cit., p.582.

[11] Vedi successiva nota n.14.

[12] Tre, almeno storicamente, erano i Templi-Santuario innalzati in Costantinopoli in onore di S.Agazio: uno alla Karìa dentro Costantinopoli, probabilmente sul luogo del Martirio, eretto da Costantino il Grande e ingrandito da Narsete, dove fu racchiuso il corpo del Martire, fu trasferito quello dello stesso Costantino e dove sarebbe avvenuto il famoso miracolo che salvò l'Imperatore Arcadio e la folle immensa che lo seguiva (cfr. Cassiodoro, Hist. Eccl.Trip., X, 36; Socrate, Hist.Eccl., II, 38; Procopio, De aedificiis, I, 3-9; Salaville S., Les èglises de St.Acace à Costantinople, in Echos d'Orient, 13[1910]); una seconda chiesa era situata presso lo Staurion allo Zeugma, fuori della cinta dell'antica Bisanzio sopra il cosiddetto Corno d'Oro (Socrate, cit.; Salaville  S., cit.); e una terza all' Eptascalon, di incerta ubicazione.

[13] L'Henschenio negli Atti citati pone, infatti, in bocca al giudice queste parole: Ego etiam nunc aetatem istam tuam misericordia prosequor; video enim in te non amplius quam viginti quinque annos natum; quin etiam militarem dignitatem reveritus nolui te statim tormentis subjicere....

[14] Migne, P.L., Seculum XII, S.Bruno Carthusianorum institutoris- Sancti Brunonis Acta, Acta SS.Bolland. Octobr. T. III, die 6., Commentarius praevius,Turnolthi, t. 152,  col. 344, n.560. 

 [15] Anche se in questa località la festa è tradizionalmente celebrata il 9 novembre,  propria del San Teodoro di Amasea, è ormai condivisa da molti agiografi la tesi che i due Teodoro, di Eraclea e di Amasea, fino al sec. IX erano un unico Santo militare e che quanto avvenne dopo non è che lo “sdoppiamento dell’unico martire” per cui “trattasi della stessa persona commemorata in due giorni diversi” (cfr. Biblioteca Sanctorum, Roma 1969, vol. xii, coll.240-241).