Vivarium Scyllacense

       X/2, 1999                                                                   L. VISCIDO

  

 

 SU UNA EPIGRAFE SQUILLACESE DEL  1522: PROPOSTA DI LETTURA E INTERPRETAZIONE DI UN TESTO LATINO, CONTRIBUTO ALL'IDENTIFICAZIONE DEL CASSIODOREO MONS  CASTELLUM NEL COLLE DELL'ODIERNA SQUILLACE

 

Scolpita nel 1522 su una lapide in gesso compatto lunga più di un metro e alta 18 centimetri e scoperta nella seconda metà del XIX secolo, mentre si abbatteva una parete di tramezzo delle cosiddette case di Cassiodoro a Squillace (tav. I), la seguente epigrafe*, opera di tal Matteo de Alamagna, del quale si parlerà più avanti, costituisce attualmente un cimelio della sede dell’amministrazione comunale squillacese:

VTINA. MOI  ISTA MANERENT                   ALTV. HVMILEQ. CAPVT CIDIT

IN MARES OPERA NOSTROS      Y               HEV QVIS PRIMVS FVIT ILLE

SED SEVIOR OIBVS MORS                            QVI ALIENIS PALATIA STRVXIT

MATHAEVS  DE           ALAMAGNA               1522

 Va rilevato, innanzitutto, che non è chiaro l’anno in cui  l’epigrafe fu esattamente reperita. Se, stando al Brinati1, essa venne alla luce nel 1887, cioè, come egli precisa, due anni prima che il Lovisato ne desse notizia nei suoi Studi scientifici sopra Squillace nella Calabria ulteriore seconda (Cosenza 1882, pp. 10 s.) – tale è la citazione del Brinati –, quella data non può essere giusta; la scoperta della lapide sarebbe avenuta, invece, nel 1880.

Edita per la prima volta dal Lovisato2, inoltre, a cui dopo si interessò il Brinati3, l’iscrizione va letta, a loro giudizio, separando le righe a metà. Una ypsilon, infatti, inserita nel mezzo, è indice di quanto ora posto in risalto. Leggendo prima, quindi, i semirighi di sinistra e poi quelli di destra, si ricava il seguente testo, sulla cui lettura proposta sia dal Lovisato che dal Brinati e sulle cui interpretazioni da essi suggerite desidero qui soffermarmi prima di avanzare alcune considerazioni di carattere critico-testuale ed esegetico:

VTINA. MOI ISTA MANERENT

IN MARES OPERA NOSTROS

SED SEVIOR4 OIBVS MORS

ALTV. HVMILEQ. CAPVT CIDIT

HEV QVIS PRIMVS FVIT ILLE

QVI ALIENIS PALATIA STRVXIT

È da notare, fra l’altro, che, avendo il Lovisato ritenuto moi del primo semirigo una forma abbreviata di monumenti, congettura accolta dal Brinati1, il passo che va da utina(m) a nostros è stato da loro così tradotto: “Il ciel volesse che rimanessero questi monumenti, opere pei nostri figli” (Lovisato); “Volesse il cielo che questi monumenti restassero perennemente come case dei concittadini nostri” (Brinati). A ciò si aggiunga che, potendo anche leggersi l’epigrafe, secondo il Lovisato, separando a metà la seconda e terza riga e mantenendo unita la prima, il significato da conferire a quest’ultima e al secondo semirigo, che formano il passo su citato, dovrebbe essere per lui “Il ciel volesse che rimanessero questi monumenti! Tanto il sublime che l’umile capo ruinò. Le nostre opere sono pei nostri figli”. Ma, in base a tali versioni, non dobbiamo necessariamente credere che il termine monumenti sia stato da quegli studiosi considerato un nominativo plurale (?) e che con esso, anziché con opera, sia stato accordato l’aggettivo neutro ista (“questi monumenti”), tenuto conto che, circa l’espressione in mares opera nostros, il Lovisato ha tradotto “opere pei nostri figli”, “le nostre opere sono pei nostri figli” ed il Brinati “come case dei concittadini nostri”? In effetti non bisogna conoscere profondamente il latino per comprendere che l’aggettivo ista, impiegato al posto di haec5, non è riferito a monumenti, che invece è genitivo singolare di un sostantivo neutro della 2º declinazione, bensì ad opera, nominativo plurale del neutro opus.

Sebbene inaccettabili, comunque, siano nel complesso le interpretazioni degli editori suddetti, ha colto a mio parere nel segno il Lovisato traducendo in mares...nostros “pei nostri figli”, versione, questa, che, rispetto a quella libera del Brinati, ricalca bene il testo originale. Seppure al Lovisato, infatti, non sia parso opportuno commentare tale espressione, è da riconoscere, però, che il termine mares, accusativo plurale di mas, viene qui usato, come nel latino medievale, col significato di “figli”, “nuove generazioni”, il che apparirà molto chiaro nelle pagine successive 

            Per quanto concerne, inoltre, la preposizione in, a cui fa seguito il sostantivo mares, credo che essa abbia valore finale. Quest’uso, d’altronde, raro nel latino arcaico, è frequente da Tito Livio in poi. Si potrebbe pensare anche ad un valore temporale, dato che in più l’accusativo, in dipendenza dal verbo maneo come nel nostro caso, è un costrutto già noto, ad esempio, in poeti di età augustea: cfr. HOR., Ep. II 1,159 s. / ”...sed in longum tamen aevum / manserunt hodieque manent vestigia ruris”; OV., Ars am. III 127 s. / “sed quia cultus adest nec nostros mansit in annos / rusticitas priscis illa superstes avis”. Se si conferisse a in della nostra espressione, tuttavia, valore temporale, dovremmo essere dell’avviso, allora, che Matteo de Alamagna faccia riferimento a qualcosa che deve perpetuarsi non per le nuove generazioni di Squillace, ma attraverso queste generazioni; di conseguenza i mares non potrebbero fruire di quel che Matteo de Alamagna desidera che resti. Pur rimanendo nel tempo, insomma, quanto egli vuole che non perisca, ciò non assolutamente si perpetuerebbe per i cittadini squillacesi: altro è il rimanere di qualcosa per loro, altro è il perdurare di qualcosa negli anni in cui vivono, durante i quali non è detto che siano essi a beneficiarne. A parte, comunque, l’uso della preposizione in, problematica, se si vuol dar senso ai due semirighi iniziali dell’epigrafe, risulta la congettura del Lovisato monumenti a causa dei motivi poc’anzi esposti. Essendo necessario, allora, integrare moi diversamente e ritenendo che in tale abbreviazione sia racchiuso con molta probabilità un appellativo di colui grazie al quale sorsero gli edifici dove fu trovata la lapide, mi permetto di proporne una            nuova lettura. Ancor prima, però, di procedere a tale riguardo, sono doverosi certi chiarimenti in cui mi toccherà dilungarmi.

            S’è detto in precedenza che l’epigrafe in questione fu scolpita su una lapide posta nelle case di Cassiodoro, cioè di Cassiodoro Senatore** (secc. V-VI d. C.)8, famoso e per essere stato ministro dei re goti alla corte di Ravenna, e per avere istituito a Vivarium, nell’area periferica della natìa Squillace, una paideía monastica fondata sullo studio della Bibbia e delle saeculares litterae, che rappresentò un modello d’insegnamento per alcuni uomini dotti del medioevo9. Nel precisare che, ritiratosi nelle proprie tenute calabresi, parte della potenza economica della sua famiglia10, Cassiodoro non si adoperò esclusivamente affinché vi si creasse un vivaio di cultura, ma anche per appagare il desiderio di quei monaci che, eruditi dalla consuetudo cenobitica del monasterium Vivariense, avessero voluto condurre vita anacoretica, invitandoli così a scegliere come dimore i secreta suavia di mons Castellum11, è importante tener presente ciò che segue. Nel suo de Squillacio redivivo, un manoscritto del 1694, da me consultato tempo fa presso l’archivio diocesano squillacese, manoscritto che, sebbene vada letto con cautela, contiene tuttavia notizie attendibili in quanto queste trovano riscontro in altre fonti, il domenicano Giuseppe Lottelli ci informa che sul collis dov’era ed è ubicata la città di Squillace, proximae al castrum vetus, seu La Torretta12 – castrum dal quale si distingueva il castellum (o novum castellum, come si legge nelle res gestae Rogerii Calabriae et Siciliae comitis... del Malaterral3 ) fondato nel 1043 da Guglielmo Braccio di Ferro e da Guaimaro, principe di Salerno (f. 54r) – esistevano alcune case che, secondo un’antiquissima traditio, venivano dai cives chiamate aedes Cassiodori (“...est locus aedium, quae antiquissimae traditionis vi aedes Cassiodori a civibus nuncupantur”: f. 54r.). Circa tale traditio che ancòra oggi perdura (con la differenza che, mentre in passato le case di Cassiodoro consistevano in più di uno stabile – ne è prova il plurale aedes lottelliano: “...aedes Cassiodori a civibus nuncupantur” –, ora consistono in un solo immobile sito in via Tommaso Campanella, una di quelle tante stradine alle falde del colle sul quale si erge maestoso il castello normanno e su cui, a testimonianza del Lottelli che ribadisce il Malaterra, c’era già il vecchio castrum), essa, antiquissima nel XVII secolo, non vigeva senza alcun motivo. In altre parole, se per una consuetudine popolare che si trasmetteva da epoca assai lontana aedes Cassiodori venivano denominate alcune case squillacesi, qualche legame doveva pur esserci tra quegli edifici ed il fondatore della comunità monastica di Vivarium. Quale legame? È importante cercare di capirlo giacché il nesso diventerebbe, così, un forte sostegno alla congettura che intendo proporre per moi del semirigo iniziale della nostra epigrafe.

Pur non volendo addentrarmi nella querelle sull’identificazione dei montis Castelli secreta suavia, o meglio dei remota et emitantia heremi loca che Cassiodoro considerava posti ideali per quei fratres desiderosi di vivere velut anachoritae e che per alcuni14 vanno individuati sul promontorio di Stalettì, sovrastante la chiesetta di S. Martino del monastero vivariense, per altri15, invece, sul colle dove attualmente sorge Squillace, non posso tuttavia esimermi da certe osservazioni personali, che da un lato contrastano con le tesi del Bougard e della Noyé16, nonché della Zinzi17, d’altro lato corroborano le proposte dell’Arslan18 e del Rhodiol9, relative all’ubicazione di quei remota...loca nell’area collinare squillacese.

In merito a quanto sopra iniziamo ad esaminare il seguente passo delle Institutiones cassiodoree:

 “nam si vos in monasterio Vivariensi, sicut credere dignum est, divina gratia suffragante coenobiorum consuetudo competenter erudiat, et aliquid sublimius defecatos animos optare contingat, habetis montis Castelli secreta suavia, ubi velut anachoritae praestante Domino feliciter esse possitis. sunt enim remota et emitantia heremi loca, quando muris pristinis ambientibus probantur inclusa” (Inst. I 29,3).

 Si noti, prima d’ogni cosa, che con il termine mons (“montis Castelli”) Cassiodoro indica una sporgenza della superficie terrestre che non raggiunge, però, un’altezza considerevole come quella, ad esempio, del nostro Monte Bianco, ma che si presenta di modesta elevazione come quella di un colle, del quale mons è sovente sinonimo in latino20. Nei pressi di Vivarium, infatti, non esistono rilievi così alti da potersi dire monti. Lo stesso Cassiodoro, del resto, quando in Var. XII 15,4 fa menzione del Moscius mons, il promontorio stalettiese al cui pes ha fatto scavare dei claustra Neptunia21, cita il nome di un’altura che è appunto un promontorio. Si noti, inoltre, che, quando in Var. III 48,1-2 egli traccia una descrizione del Verruca castellum (castellum in Cassiodoro equivale a castrum: cfr. Var. I 17,1-3 “castrum iuxta vos positum praecipimus communiri... Et ideo praesenti auctoritate decernimus, ut domos in praedicto castello alacriter construatis...”), così scrive: “Est enim in mediis campis tumulus saxeus in rotunditate consurgens, qui...totus mons quasi una turris efficitur”. Qui mons è riferito a tumulus, che, come si evince dal contesto, non ha il significato di un vero e proprio monte, ma di un rialzo del terreno in mediis campis, definibile, usando vocaboli di Lewis e Short, “hill”, “hillock”22. Che nel passo delle Institutiones su riprodotto, pertanto, col termine mons si volesse indicare il colle dell’odierna Squillace non mi sembra inopportuno dichiararlo. Che poi il mons si chiamasse Castellum, ciò conferma l’esistenza, in quell’area, di un centro fortificato senza dubbio antico in quanto delimitato da muri pristini, che non capisco perché non possa identificarsi nel predetto colle, dove più tardi i Normanni edificarono il novum castellum, attirati con molta probabilità dalla posizione difensiva del luogo.

Chiarito un primo punto e prendendo in esame adesso i consigli che in quel passo Cassiodoro rivolge ai suoi fratres, reputo obbligatorio porre tale quesito: avranno monaci di Vivarium poi condotto su Montecastello vita anacoretica, che assieme a quella esicastica e cenobitica, secondo la distinzione fatta da Giovanni Climaco23 ( c. 600), rappresentava una delle tre katastáseis del modus vivendi monacale24, consistente nella anachóresis kaì monía, cioè nel ritiro e nella solitudine? Se così fosse e considerato soprattutto che gli anacoreti non vivevano in edifici forniti di mezzi utili a sopperire alle esigenze di quelli che vi abitavano, come invece nel caso di un cenobio25, ma sceglievano, per il loro scopo, umili dimore (grotte, capanne, ecc.) in luoghi solitari e silenziosi, dove soltanto si poteva raggiungere l’apátheia o, per usare un’espressione di Cassiano, scrittore da Cassiodoro raccomandato ai suoi monaci26, la mentis ...puritas tranquillitasque (Conl. I 7), se così fosse, dicevo, sarei tentato a credere con la Zinzi27 che alcune caverne del promontorio di Stalettì corrisponderebbero alla sede anacoretica dei fratres appartenenti all’istituzione cassiodorea. La Zinzi, tuttavia, che ora ritiene tale sede “probabilmente” connessa al “primo costituirsi” di quella istituzione “a metà del VI secolo”28, ora afferma che il “complesso anacoretico rupestre” del promontorio stalettiese “può validamente documentare, per morfologìa e sito, almeno una parte del ramo eremitico (Castellense) del monastero voluto da Cassiodoro...e da lui descritto”29, non presta attenzione a un particolare. Se di “morfologìa e sito” si vuol discutere, rimane da stabilire fino a che punto in quel “complesso anacoretico” possa identificarsi l’habitat dei monaci di mons Castellum. A prescindere dal fatto che i suggerimenti di Cassiodoro ai suoi fratres di vivere, qualora ne sentano il bisogno, velut anachoritae in un’area di mons Castellum chiusa da muri pristini ambientes non sono altro che suggerimenti, per cui non sappiamo se in seguito quei monaci praticassero l’anacoresi e, in caso positivo, dentro una cinta muraria, bisogna puntualizzare che nei remota et emitantia heremi loca di Montecastello solo Dio sa se ci fossero spe-lonche (e non certo rupestri: rupi in una cinta muraria?) o se alcuni frati di Vivarium, lì trasferitisi, menassero invece vita solitaria in capanne di legno, di frasche o di paglia. Essendo poi suavia quei luoghi (“secreta suavia”), non penso che corrispondano alle “unità rupestri, dislocate” su due “costoni rocciosi...di struttura orografica più aspra nel primo, più distesa nel secondo”30.

La Zinzi, inoltre, non attribuisce molta importanza a qualcosa di rilevante, e cioè che nell’VIII secolo o all’inizio di quello successivo pare che fossero state traslate sulle spiagge di Stalettì da monaci bizantini le reliquie, oggi come da tanto tempo venerate in quel borgo, di Gregorio di Neocesarea o il Taumaturgo31, un cui monastero è lì attestato, prima che nel XV secolo ne facesse una descrizione Atanasio Chalkeópoulos, da Peregrino Samonà, “pubblico notaio della città di Squillace” fra il 1240 e il 1270. Infatti, sia in un documento greco che egli redasse nel 1242, testimoni sottoscritti Sergio Macrì ed Andrea, figlio del presbitero Basilio, a sua volta figlio, costui, di tal Taverniti, sia in un atto di permutatio di proprietà, rogato anche in greco nel 1243, si legge che a Stalettì c’era già in quegli anni un monastírion / kunóbios di S. Gregorio32.

Poiché, ancòra, da S. Martino di Copanello, ben nota area del monastero vivariense, non lontana dalle su menzionate caverne, proviene un frammento della copertura di un sarcofago con iscrizioni in lingua greca dal significato “aiuta e proteggi il tuo fedele servo Niceto”33, possiamo credere che le cavità del promontorio di  Stalettì  siano un insediamento di matrice greco-orientale e rispecchino, quindi, una forma di vita ascetica del monaco bizantino, che per desiderio di pace e di contemplazione viveva in spelonche o in celle separate34. Questo tipo di ascesi fu anche caro ai monaci italioti, che nell’alto medioevo popolarono la Calabria35. Ne sono prova, ad es., le grotte del monastero di S. Giorgio di Pietra Cauca (IX/X sec.), sito nell’area reggina, “in un’aspra zona montana a circa 780 m. sul mare”36. Le unità speleotiche di quel promontorio, dunque, sarebbero state abitazioni eremitiche, nei cui pressi la chiesetta basiliana di S. Maria, che tuttora lì si eleva e della quale discuterò più avanti, costituiva il katholikón37.

In aggiunta a quanto su esposto è da rilevare che in due epistulae di Gregorio Magno datate 598 e pertanto scritte dopo pressappoco un ventennio dalla morte di Cassiodoro38, si ha testimonianza di un monasterium Castelliense, sul cui solum iuris era stato fundatum il castrum quod Scillacium dicitur (altro suo nome Scillacinum castrum)39, ricettacolo di presidii e di abitanti della città di Scyllaceum, che in CASSIOD., Var. XII 15,5 risultava priva di mura di difesa (“...quia modo non habet muros, civitatem credis ruralem, villam iudicare possis urbanam...”). L’informazione di quel pontefice è invero interessante non solo perché ci fa sapere che nel territorio di proprietà del monasterium Castelliense aveva avuto origine un insediamento fortificato, resosi necessario allorquando “la vita dell’urbs cassiodorea” non era più sicura a causa della “minaccia longobarda”40 (un insediamento che, se per il Bougard e la Noyé41 è da identificare in quello emerso, a seguito degli scavi dell’École Française di Roma, sul promontorio di Stalettì42, non apparirebbe un “centro capace di una propria autonomia difensiva” in quanto, diversamente dal colle dell’odierna Squillace, arretrata di più o meno 7 chilometri dalla costa, è “clamorosamente visibile e raggiungibile in pochi minuti dal mare e quindi soggetto a possibilità di sorprese”43), ma anche perché attesta l’esistenza di una comunità conventuale che, come ancòra veniamo a sapere da Gregorio Magno, è attiva ed organizzata. Essa, infatti, riscuote annualmente il solaticum per l’affitto del terreno su cui era avvenuta la fondazione del castrum (Indicaverunt...monachi castrum quod Scillacium dicitur in solo iuris monasterii eorum esse fundatum atque ob hoc habitantes illic factis libellis solaticum singulis annis expondisse persolvere: Ep. VIII 32,30 ss.), protesta contro determinati abusi (se ne parlerà fra poco), ha un abbas (“... questi nobis sunt praedicti monasterii monachi abbatem suum terram intra Scillacinum castrum...fraternitati tuae donationis titulo concessisse”: ib. 39 ss.), gode di certi diritti (“... monasterii iura”: ib. 38) e possiede beni in comune (“...quae ei (sc. monasterio) sunt diutius custodita...: ib. 11 s.). Ricollegandoci, però, alle raccomandazioni cassiodoree contenute nel passo delle Institutiones in precedenza riportato, non sembra che i fratres di mons Castellum vivano in remota et emitantia heremi loca, se permettono che nel loro territorio risieda altra gente. Pur supponendo, tuttavia (ma è solo un’ipotesi), che il solum iuris del monasterium Castelliense fosse così esteso che lontano da questo monastero s’era potuto occupare uno spazio per la costruzione del castrum e che, di conseguenza, non s’impediva ai monaci di dedicarsi a vita anacoretica, dobbiamo comunque fare una riflessione: se i frati impiegano tempo nel ricavar guadagno dalla loro proprietà ‘facendo’ libelli con gli Squillacesi per l’affitto di un terreno ed impegnandosi a riscuotere il solaticum; se essi, per di più, sono ben compatti nel chiedere l’intervento del papa sia perché ad arbitrium suum una laica persona non subducat il monasterium annesso a quello Castelliense (“Querimoniam monachorum monasterii Castelliensis oblata ab eis petitio...patefecit. Proinde fraternitas vestra... mo-nasterium, quod monasterio eorum unitum est..., praevideat ordinari, quia rationis ordo non patitur ut monasterium ipsum...ad arbitrium suum praesertim laica persona subducat...”: GREG. M., Ep. VIII 30,1 ss.), sia affinché Iohannes episcopus scillitanus restituisca ciò che sub exenii quasi specie aveva portato via dal monastero castellense (Quia vero pariter questi sunt fraternitatem tuam quaedam de monasterio sub exenii quasi specie abstulisse, necesse est ut...sine dilatione restituas: ib. 32,16 ss.), dimostrano che, oltre ad un’eventuale regola di silenzio e solitudine, sanno anche adattarsi alla vita in comune e dispongono, così, di una sede dove riunirsi, discutere su decisioni da prendere, custodire i testi dei loro iura, conservare il solaticum ed usare carta e penna per esprimere querimonia al pontefice circa il disonesto comportamento nei loro confronti da parte di alcuni. In ogni modo, abbiano o non abbiano i monaci di mons Castellum praticato l’anacoresi, siamo certi, grazie alla testimonianza di Gregorio Magno, che nell’area castellense c’erano due monasteria, l’uno unito all’altro e appartenenti alla medesima congregatio: “Proinde fraternitas vestra... monasterium, quod monasterio eorum unitum est..., praevideat ordinari, quia rationis ordo non patitur ut monasterium ipsum...ad arbitrium suum praesertim laica persona subducat...”: Ep. VIII 30,2 ss.). Senza dubbio, valutando pure il contesto della lettera, il termine monasterium non ha qui il valore semantico di “habitation de moine seul, ermitage, cellule”44, ma quello di edificio per una comunità monastica, uso frequente, questo, nel latino cristiano45 e persino in altri passi degli scritti di Gregorio Magno (cfr., ad es., Ep. V 4,2; ib. 7 ss.; Dial. I 1: PL 77, 156). Esistono su Montecastello, quindi, relativi ad un’unica congregatio, due monasteria, organici e funzionali, che debbono soddisfare le esigenze dei fratres e perciò debbono essere composti di un refettorio, una biblioteca, un dormitorio, un oratorio, ecc. E allora, se si pensa a tali realtà edilizie sorte in uno dei terreni di Cassiodoro per una confraternita da lui stesso istituita; se si considera che un anno dopo la scoperta dell’epigrafe di Matteo de Alamagna venne alla luce sopra una finestra delle case che nel XVII secolo per un’antiquissima traditio venivano chiamate aedes Cassiodori l’iscrizione vanitas va-nitatum et omnia vanitas, un motto dell’Ecclesiaste (1,2) che ben si addice ad un ambiente monastico; se per moi del semirigo iniziale della nostra epigrafe si propone di leggere mo(nach)i, non è impossibile identificare i monasteria di Montecastello nelle aedes Cassiodori. A quest’ultimo riguardo, infatti, si osservi, in primo luogo, che, nonostante si fosse mai definito monachus, Cassiodoro fu così creduto da numerosi scrittori medievali (fra questi P. DIAC., Hist. Lang. I 25 “...Cassiodorus...primitus consul, deinde senator, ad postremum vero monachus exstitit”: MGH SS. 6, 24; SIGEB. GEMBL., De script. eccl. 40 “Cassiodorus, consul et senator, postea monachus et abbas”: PL 160, 556; ROB. TORINN., Prol. in abbrev. Exp. Ep. Ap. “Ego autem assentior Cassiodoro senatori et monacho”: PL 202, 1319). Si osservi, in secondo luogo, che dal punto di vista grafico moi per monachi si giustifica come segue: essendo nota in latino l’abbreviazione moij per monasterij46, genitivo singolare di una parola il cui rapporto semantico con il sostantivo monachus non ha bisogno di commento e che nel  caso ora nominato ricorre nelle forme ij e ii, donde le voci abbreviate moij e moii, credere che monachi, genitivo, invece, dalla semplice desinenza i, possa abbreviarsi in moi non è per nulla errato. Leggendo mo(nach)i, dunque, e accordando correttamente l’aggettivo ista con il successivo termine opera, metonimicamente adoperato per indicare edifici, ovvero i palatia del semirigo finale dell’epigrafe (il quale uso non è raro in latino: cfr., ad es., CIC., Verr. I 4,12; LIV. I 56,2; SVET., Tib. 30), si ottiene un testo in cui l’espressione mo(nach)i... opera, oltre ad essere sinonimo di aedes Cassiodori e a confermare quel che molti intellettuali avevano scritto sull’ex ministro di Teoderico, cioè, come ho già detto, che egli era stato monachus, rende chiaro non solo il nesso tra il medesimo e quei  palatia in quanto eretti in uno dei suoi terreni perché ne fruisse la comunità da lui creata, ma anche ciò che quegli edifici erano, malgrado non vi fossero svolte – lo si comprenderà meglio più avanti – le loro funzioni primitive: che cosa, se non antichi monasteri, potevano essere le “case” di un “monaco”, o meglio “le case del monaco” Cassiodoro, dove nel 1523 fu scoperta – ripeto – un’iscrizione consistente in un motto biblico consono ad un ambiente monastico? Che cosa, se non antichi monasteri – di nuovo mi chiedo – potevano essere “le case del monaco” Cassiodoro, il quale aveva deciso di creare nella propria terra natìa un centro bene organizzato con lo scopo di perseguirvi ideali religiosi e scientifici? Si potrebbe ipotizzare una dimora privata di Cassiodoro; ma l’uso del plurale opera (e del plurale aedes dell’espressione del Lottelli aedes Cassiodori) indica non una casa, bensì più case, in cui non avrebbe molto senso veder Cassiodoro vivere solo. Se sul colle dov’è sita Squillace, allora, esistono mo(nach)i...opera, vale a dire monasteri cassiodorei, non possono essi rappresentare i monasteria della congregatio castellense, dei quali si ha notizia in Gregorio Magno e del cui rapporto con Cassiodoro s’è qui discusso? A mio parere, inoltre, se quel colle fu forse sede inizialmente di fratres anacoreti (dico forse perché, come ho fatto notare, non se ne ha certezza), in seguito (quando con precisione non è possibile stabilirlo, ma di sicuro prima dell’agosto del 598, data di ambedue le lettere gregoriane precedentemente citate), esso divenne anche ricettacolo della comunità monastica vivariense, la quale, dimorando sul litorale ed essendo molto esposta alle incursioni dei Longobardi, fu costretta a trovare rifugio sul predetto colle, dal cui toponimo mons Castellum47 prese il nome di congregazione monasterii Castelliensis (GREG. M., Ep. VIII 32,2; ib. 32,5).

Può benissimo spiegarsi, finalmente, il motivo per cui nel XVII secolo, stando ad una traditio antichissima, i cives squillacesi continuavano a chiamare aedes Cassiodori alcune loro case: poiché esse erano state costruite in un latifondo di Cassiodoro per una sua confraternita, i primi abitanti dell’area limitrofa, cioè del castrum quod Scillacium dicitur, i quali, a distanza di più o meno un ventennio dalla morte del loro illustre conterraneo, non potevano affatto ignorare il suo nome e la sua opera, attribuirono a quei fabbricati una denominazione latina equivalente in italiano a case di Cassiodoro, denominazione che il popolo di Squillace tramandò nei secoli.

Se così stanno le cose, la traditio popolare squillacese varie volte qui ricordata e di cui finora si conosceva esclusivamente la testimonianza scritta del Lottelli, non trova più supporto soltanto in essa, ma anche nell’epigrafe di Matteo de Alamagna, che è anteriore di 172 anni. Trattandosi, dunque, di una tradizione che vigeva già nel 1522, non ritengo possa essere sottovalutata. Anche alla luce, perciò, di reperti emersi da ricerche archeologiche, che non necessariamente debbono portare a conclusioni definitive, non identificherei i montis Castelli secreta suavia nell’area della chiesetta di Santa Maria del Mare o Veteris Squillacii / de Veteri Squillatio48, ubicata sul promontorio di Stalettì. Quantunque la Zinzi49, del resto - nel sostenere che, abbandonato il monastero di Vivarium, la relativa comunità si spostò nei pressi di quella chiesetta, dove, per lei ed altri, è da individuare il castrum quod Scillacium dicitur50 -,citi una bolla papale di Onorio III del 1219, da cui risulta che in monasterium Sanctae Mariae Veteris Squillacii era stato translatum monasterium Vivariense a beato Cassiodoro fundatum, va precisato che, se la bolla di Onorio III documenta, ma non specifica quando fosse avvenuta, la translatio del monasterium Vivariense a quello di S. Maria, ciò non vuol dire che questa translatio riguarda la congregazione monastica del VI secolo. A fondare, insomma, il monastero vivariense fu senza dubbio il beatus Cassiodorus51. Tenuto conto, però, delle iscrizioni greche lì scoperte, consistenti in un’invocazione rivolta a un santo52, non sarebbe per nulla difficile credere che dopo l’abbandono di quell’area, a causa delle scorrerìe longobarde, da parte dei fratres cassiodorei, si stabilissero nel monasterium Vivariense a beato Cassiodoro fundatum quei monaci bizantini dai quali ho posto in risalto che pare fossero state portate sulle spiagge di Stalettì, nel secolo VIII o all’inizio di quello successivo, le reliquie di Gregorio il Taumaturgo. Essi, quindi, stanziatisi in un primo momento nel monastero di Vivarium, si sarebbero in seguito allontanati, sia per non esporsi troppo agli attacchi dei Saraceni, presenti in Calabria ai primordi del secolo IX53, sia per meglio condurre vita ascetica (l’ho messo già in rilievo) in dimore speleotiche, fissando la propria sede più in alto, in un monasterium inteso come un insieme di grotte separate, nelle cui vicinanze la chie-setta di S. Maria (che, se non da loro fondata, era stata da essi rifatta su un preesistente centro cultuale54) fungeva da katholikón55. Tale monastero è nel XIII secolo denominato S. Maria Veteris Squillacii / de Veteri Squillaci O. S. Bas.56, di un ordo – guarda caso – che fin dal ’200, per quanto io ne sappia, è anche quello del monastero S. Gregorii di Stalettì57. La qual cosa mi induce ad essere della seguente opinione: datisi una regola, quei monaci sarebbero passati a S. Maria da vita eremitica a vita cenobitica, mentre parte degli adepti della loro comunità avrebbe successivamente dato origine ad un nuovo cenobio, da essa chiamato S. Gregorio per distinguerlo dalla precedente sede, dal nome, invece, S. Maria o agía / uperagía theotókos58, entrambi all’ordine di S. Basilio.

Poiché, inoltre, il monasterium di S. Maria fu detto Veteris Squillacii, ciò significa, a mio avviso, che esso sorgeva nella vecchia Squillace, considerata vetus dopo che, alla fine del VI secolo, la sua popolazione s’era da lì trasferita nel castrum...Scillacium (la città odierna), il cui luogo, rispetto a quello di S. Maria, rappresentava ormai il sito della nuova Squillace. Se la vecchia urbs della prima metà del Vl secolo, insomma, corrispondeva a quella decantata da Cassiodoro (Var. XII 15) ed era ubicata, come si è proposto, non dove poi avvenne la fondazione del suo castrum, bensì nell’area che oggi si chiama Roccelletta di Borgia, sede della romana Scolacium59, essa non doveva limitarsi né alla pianura di quell’area, che va ritenuta “zona centrale” dell’antica città60 (se, al contrario, accettassimo tale limite, ci sarebbe discrepanza con la descrizione cassiodorea della sua patria, dove si afferma che Scyllaceum...in modum botryonis pendet in collibus, non quod difficili ascensione turgescat, sed ut voluptuose campos virentes et caerula maris terga respiciat: Var. XII 15,1 ss.), né alle prime colline a nord est del centro imperiale romano, ma doveva estendersi in lungo e in largo fino ad oltre il promontorio stalettiese (periferìa), visto che il suo litorale parzialmente roccioso era conosciuto nell’antichità. Difatti in VERG., Aen. III 553 (/ “...navifragum Scylaceum” / e in VAL. FL., Arg. III 36 (/ “spumosumque legunt fracta Scylaceon ab unda” /), ben chiaro è il riferimento agli scogli della fascia costiera (allora squillacese, ora stalettiese) di Copanello, Caminìa e Pietragrande, dove le navi potevano frantumarsi (si pensi al naufragio di Ulisse61) e l’onda, infrangendosi, rendeva spumeggiante la costa. Inoltre, se in Var. XII 15,4 Cassiodoro scrive che Squillace fruitur marinis quoque copiosis deliciis, dum possidet vicina... claustra Neptunia creati mediante l’excavatio di saxorum viscera eseguita ad pedem...Moscii montis, egli conferma che il luogo di quei claustra, ossia il pes del promontorio di Stalettì, costituiva una zona scillatina (possidet...claustra Neptunia), anche se periferica (“possidet vicina...claustra Neptunia”). Quando col passar del tempo, dunque, vetus si denominò l’abbandonata Squillace, donde Vetus Squillacium (Squillatium) dell’intestazione del monasterium o della chiesetta di S. Maria62, giustamente si volle porre un distinguo fra la vecchia urbs (l’urbs romana che, grazie a Virgilio e a Valerio Flacco, era diventata nota per il suo litorale in parte roccioso e, perciò, facilmente identificabile nell’area di Sancta Maria Veteris Squillacii sovrastante la scogliera), e quella nuova, o meglio il castrum quod Scillacium dicitur, situato, invece, molto più all’interno e lontano dal promontorio di Stalettì.

Ritornando all’epigrafe, da cui mi sono un pò troppo, ma necessariamente discostato, è fuor di dubbio che, pur con la lettura da me proposta per il semirigo iniziale, è sempre racchiuso nel relativo passo un desiderio irrealizzabile: non a caso ricorre il congiuntivo ottativo manerent. Le cause, però, del non manere in mares di quegli edifici, che seppure monastici non fungono più da abitazioni per monaci (mi sovviene a tale proposito, pur con le rispettive differenze, l’odierno “hotel dei cappuccini” in Amalfi, un vecchio ed ameno convento adibito ad albergo), non sono contenute nei due semirighi centrali, se con essi, stando alla tesi del Brinati, l’autore dell’epigrafe vuol fare intendere che i monumenti (?) non possono “rimanere perennemente come case dei concittadini” in quanto “il tempo spietato distrugge tutto, e quindi anche le case di Cassiodoro una volta o l’altra scompariranno”63. Prescindendo dalla ridicola interpretazione del genitivo monumenti, perché travisare il significato del passo sevior o(mn)ibus mors / altu(m) humileq(ue) caput cidit? Se Matteo de Alamagna impiega l’immagine della morte che recide tanto il superbo che l’umile capo, una ragione dev’esserci. Si potrebbe credere, a questo punto, che ai mares squillacesi non sia dato di abitare negli stabili di Cassiodoro per timore della morte che reciderebbe le loro teste, morte, cioè, che verrebbe causata dagli alieni, ai quali soltanto spetta vivere in quei palatia (Heu quis primus fuit ille / qui alienis palatia struxit). A mio parere, tuttavia, i due semirighi centrali contengono un altro messaggio poiché da un’attenta analisi dell’epigrafe si deduce che i motivi del non manere in mares degli immobili cassiodorei sono racchiusi nei due semirighi finali. Mi spiego meglio. Matteo de Alamagna è convinto che le case di Cassiodoro non possono e non potranno costituire dimore per i cittadini di Squillace: una triste sorte incombe su di esse, residenza esclusiva degli alieni. Ne è conferma l’ultimo passo dell’epigrafe, in cui, usando uno stilema di tibulliana memoria (/ quis fuit horrendos primus qui protulit enses? /: El. I 10,1), l’autore esterna il suo rammarico nei confronti di colui che per primo costruì palazzi per gli stranieri. Così esprimendosi, Matteo de Alamagna dimostra di conoscere bene la storia di quelle case e del paese in cui sono ubicate. Egli è certo, pertanto, che, così come nel passato Squillace ha subìto la dominazione, ad esempio, dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini e degli Aragonesi64, così come ora è occupata dai Borgia (i quali, insediatisi nel 1494, ne saranno signori fino agli inizi del 170065), anche in futuro sarà soggetta al governo di gente straniera che senza dubbio si approprierà dei palatia di Cassiodoro, dato l’alone di prestigio da cui essi sono avvolti per avervi secoli prima ospitato la congregatio monastica di un grande personaggio della tarda antichità latina. Da questo quadro storico abbastanza penoso di Squillace e dalle conseguenti previsioni pessimistiche del suo futuro nasce la dolorosa persuasione di Matteo de Alamagna che gli edifici cassiodorei non potranno mai essere abitati dalle nuove generazioni squillacesi perché ai Borgia, che sulla scia dei loro predecessori si sono impadroniti dei mo(nach)i…opera, succederanno altri alieni che si comporteranno allo stesso modo. È questa una grave realtà che per l’autore dell’epigrafe non può mutare: così vuole la sorte di quei palatia. In siffatta situazione, tuttavia, Matteo de Alamagna trova conforto in qualcosa di inevitabile che sarà vindice del suo dolore: la morte. Si può comprendere adesso il messaggio contenuto nei due semirighi centrali, di cui la mia interpretazione differisce da quella del Brinati. Più violenta di ogni cosa (sevior o(mn)ibus), cioè più forte, fra l’altro, della prepotenza degli alieni che hanno occupato, occupano ed occuperanno quelle case, la morte non guarderà in faccia nessuno. Recidendo tanto il superbo che l’umile capo, essa mieterà con la sua falce anche le teste di coloro i quali sono e saranno gli invasori degli edifici cassiodorei. Stando allora a quanto sopra, l’epigrafe risulta composta di tre parti: l) esternazione di un desiderio irrealizzabile, 2) sol-lievo al dolore causato dall’impossibile realizzazione di questo desiderio, 3) esclamazione che rivela il perché tale desiderio non può trasformarsi in realtà.

Soffermandomi ancòra sul testo dell’epigrafe, sorprendente è, per quanto riguarda il verbo cidit del quarto semirigo, conservatosi nell’edizione del Lovisato, la congettura cecidit proposta dal Brinati66. Questi non solo non la giustifica, ma le dà il significato di “recide” (che poi è quello giusto, ma non di cecidit), senza rendersi conto che tale variante consiste nel perfetto indicativo del verbo cado, che, oltre a non a non essere usato in quell’accezione, è intransitivo e, di conseguenza, non può avere un complemento oggetto. Cidit, invece, dovrebbe essere, a mio avviso, una forma di aferesi per recidit, prodotta dalla mancanza di spazio nella lapide. Con riferimento a caput, infatti, come nel caso della nostra epigrafe, recido ricorre già, ad es., in OV., Met. IX 71 / “...caput est inpune recisum” / e in SEN., Con. VII 2,2 recisum...caput. Non è da scartare l’ipotesi, però, che l’autore dell’iscrizione volesse far ricorso a quell’aferesi per sortire un effetto allitterante (“caput cidit”), cosa che aveva fatto all’inizio del semirigo precedente (“sed sevior”).                              

In considerazione di quanto fin qui rilevato, ecco come va letto e tradotto, a mio giudizio, il testo della lapide:

          
 VTINA(M) MO(NACH)I ISTA MANERENT
               IN MARES OPERA NOSTROS
              SED SEVIOR O(MN)IBVS MORS
              ALTV(M) HVMILEQ(VE) CAPVT CIDIT
              HEV QVIS PRIMVS FVIT ILLE
              QVI ALIENIS PALATIA STRVXIT

                                    Traduzione

 Volesse il cielo che queste case del monaco
         rimanessero per i nostri figli!
         La morte, comunque, più violenta di ogni cosa,
         recide sia il superbo che l’umile capo.
         Ahi, chi per primo fu colui
         che edificò palazzi per gli stranieri!

                                                                       

Circa l’autore dell’iscrizione e le cause che l’hanno ispirato  a comporla, per nulla condivido l’opinione del Lovisato, secondo il quale Matteo de Alamagna è “qualcuno di que’ tanti architetti tedeschi, che andavan girando per l’Italia, offrendo qua e là i loro talenti nelle costruzioni di chiese, di palazzi e di fortezze”67. Supponiamo pure, infatti, che egli sia un tedesco; ma che importa ad uno straniero – io mi domando – se, per colpa di altri stranieri che si sono impadroniti delle case cassiodoree, queste non potranno dare ospitalità ai figli di Squillace? Va invece notato che Matteo de Alamagna, così com’è mosso da spirito di patriottismo (Heu quis primus fuit ille / qui alienis palatia struxit) e definendo nostri i mares squillacesi (“in mares ...nostros”), si manifesta apertamente uno dei loro patres e quindi loro concittadino. Sebbene appartenesse, d’altronde, ad una famiglia “originaria alemanna” che, venuta in Italia durante il Regno di Napoli, era diventata “feudataria sotto Carlo I d’Angiò” ed aveva “goduto nobiltà nelle città di Napoli, Amalfi, Firenze, Squillace, Sanseverino etc.”68, Matteo de Alamagna era in effetti squillacese. Ritenendo dimore per stranieri, dunque (se ne sono spiegati i motivi) alcuni stabili di notevole fama ed angosciato dal pensiero che in essi non avrebbero mai potuto abitare i mares della sua terra natale, l’autore dell’epigrafe intese tramandare ai posteri un messaggio che rivelasse un suo triste stato d’animo.

Un’ulteriore osservazione, prima di concludere, mi sembra di gran lunga necessaria.

Se l’epigrafe rappresenta sia uno sfogo di amarezza da parte di Matteo de Alamagna perché non gli era stato possibile render pago un desiderio, sia una manifestazione di sdegno contro gli alieni appropriatisi delle case di Cassiodoro e, pertanto, contro gli stranieri che all’epoca dominavano Squillace, vale a dire i Borgia, come mai essa trovò posto proprio in quei palatia? Sarebbe, insomma, come far dormire un agnello nella tana di un lupo. È da credere, allora, che i Borgia, pur consapevoli del significato dell’iscrizione, ne fossero  tolleranti? Non è questo il mio parere. Il fatto che la lapide contenente l’epigrafe sia venuta alla luce mentre si abbatteva una parete di tramezzo delle aedes Cassiodori, potrebbe fare intendere che essa fosse stata lì col-locata in occasione di qualche restauro o in circostanze diverse, per cui gli alieni avrebbero dovuto temporaneamente lasciare quelle case. Tuttavia i Borgia che vi si erano stabiliti non avrebbero perso molto tempo a riaverle come loro abitazioni, se Matteo de Alamagna esprimeva col congiuntivo ottativo manerent un desiderio irrealizzabile circa la possibilità per i mares squillacesi di vivere in quegli edifici. Ritornati gli stranieri, quindi, e risultando l’epigrafe non di loro gradimento, essa sarebbe stata resa occulta mediante una parete, la cui demolizione, però, avvenuta dopo più di tre secoli e mezzo, rendeva noto ai cittadini di Squillace un sentimento legittimo di un loro nobile avo.

                                                                        HABEAT SUA FATA SCRIPTUM                                      

 * Mi corre l’obbligo di esprimere un particolare ringraziamento all’amico squillacese Salvatore Taverniti per avermi fatto pervenire a New York, dove io vivo,   una trascrizione del testo di tale epigrafe, ancor prima che, durante uno dei miei doverosi soggiorni a Squillace, essa divenisse oggetto di un esame autoptico.

 l. Cfr. G. BRINATI, Sulla iscrizione trovata nel 1887 a Squillace nelle case dette di Cassiodoro, in Rivista storica calabrese 1894, pp. 209 s.

 2. Cit.

 3. Cit., pp. 209 ss.

 4. L’uso del dittongo ae, semplificato come qui in e, ricorre già nel latino medievale (cfr. D. NORBERG, Manuel pratique de latin médiéval, Paris 1968, p. 29, p. 109).

 5. Cfr. J. B. HOFMANN - A. SZANTYR,   Lateinische Syntax und Stilistik, rist., München 1972, p. 184. 

6. Cfr. F. BLATT, Novum Glossarium Mediae Latinitatis, Hafniae 1959 (fasc. MA), s.v. mas.

 7. Cfr. R. KUHNER - C. STEGMANN, Ausführliche Grammatik der lateinischen Sprache, II, 1, Hannover 1912, pp. 566 ss.; A. ERNOUT- F. THOMAS, Syntaxe Latine, rist., Paris 1972, p. 34.

 ** Colgo l’occasione per mettere in risalto che, nel presentare di recente al lettore un’edizione riveduta e ampliata di una scelta delle Variae cassiodoree con introduzione, traduzione e note (Squillace 2001), scrivendo a pag. 36, nota 2, che, per quanto concerne la voce Senatore, “non si tratta di un titolo onorifico di cui” Cassiodoro “si fregiò, ma del nome proprio”, non volevo fare intendere che egli non avesse ricoperto la carica di senatore; volevo solo precisare che, pur avendo nelle Variae impiegato la predetta voce con riferimento a se stesso, Cassiodoro ne aveva fatto uso per notificare non un suo titolo onorifico, ma esclusivamente il nome proprio

 8. Nell’albero genealogico cassiodoreo, resoci noto dall’autore delle Variae in una delle sue lettere (I, 4), si distinguono prima di lui, almeno per l’Occidente, tre componenti: Cassiodoro bisnonno, Cassiodoro nonno e Cassiodoro padre (cfr. al riguardo V. A. SIRAGO, I Cassiodoro. Una famiglia calabrese alla direzione d’Italia nel V e VI secolo, Soveria M.lli 1983). Circa l’ultimo rampollo di questa famiglia, conosciuto come Cassiodoro Senatore, bisogna rilevare che, mentre il primo nome è un patronimico, il secondo, invece, costituisce quello proprio (cfr. TH. MOMMSEN, Cassiodori Senatoris Variae, Berolini 1894, p. VII: MGH AA, 12; D. M. CAPPUYNS, Cassiodore, in Dict. d’hist. et de géogr. eccl., XI, Paris 1949, c. 1350).

 9. Sulla figura e l’opera di Cassiodoro Senatore, nonché sull’influenza da lui esercitata come maestro di Sacra Scrittura cfr., ad es., J. J. O’DONNELL, Cassiodorus, Berkeley, University of California Press, 1979; A. GIARDINA, Cassiodoro politico e il progetto delle Variae, in AA.VV., Teodorico il Grande e i Goti d’Italia, I, Spoleto 1993, pp. 45 ss.; L. VISCIDO, Appunti sulla scuola di Vivarium, in Res Publica Litterarum. Studies in the Classical Tradition 16 (1993), pp. 93 ss.; ID., Influenza delle Institutiones cassiodoree su Paolo Diacono, in Vichiana 3 (1992), pp. 247 ss.

 10. Cfr. V. A. SIRAGO, cit., pp. l5 ss.; ID., Puglia e Sud Italia nelle Variae di Cassiodoro, Bari 1987, pp. l51 s.

 11. CASSIOD., Inst. I 29,3: ed. R. A. B. MYNORS (rist., Oxford 1961, p. 74), a cui si rimanda per altri passi delle Institutiones qui riportati.

 12. ”...illius (sc. castri) enim patent adhuc vestigia in extremo civitatis angulo, qui respicit ad occidentem, flectiturque versus meridiem, soletque etiam hodie a civibus appellari...castrum vetus, seu La Torretta” (f. 54r).

 13. ”Porro illi, qui a Reggio Skillacium ingressi fuerant, cum viderent se ab illis nimium infestari, quos Rogerius in novo castello ad hoc posuerat, ...de nocte navem ingressi Costantinopolim aufugiunt...” (ed. E. PONTIERI, Bologna 1928, p. 24). 

14. Cfr. P. COURCELLE, Nouvelles recherches sur le monastère de Cassiodore, in Actes du V congrès internationale d’archéologie chrétienne, Città del Vaticano-Paris 1957, p. 525; F. BOUGARD - G. NOYÉ, Squillace au Moyen Âge, in AA.VV., Da Skilletion a Scolacium, Roma-Reggio Calabria 1989, pp. 215 ss.; E. ZINZI, Studi sui luoghi cassiodorei in Calabria, Soveria M.lli 1994, p. 13, p. 75, p. 101, pp. 125 ss.

 15. Cfr. E. A. ARSLAN, Una lettera di Gregorio Magno ed il problema dello spostamento dei centri costieri nella Calabria altomedievale, in Rassegna di studi del civico museo archeologico e del civico gabinetto numismatico di Milano 27-28 (1981), pp. 47 ss.; G. RHODIO, Squillace - Scillacium e i luoghi cassiodorei. Continuità ideale e storica e problemi tuttora aperti, in Vivarium Scyllacense 1 (1990), pp. 43 ss.

 16. Cit., pp. 215 ss.

 17. Cit., p. l3, p. 75, p. l01, pp. l25 ss.

 18. Cit.

 19. Cit.

 20. Cfr. THES. L. L., VIII, 1430, 32 ss.

 21. Ed. A. J. FRIDH (Turnholti 1973, p. 482: CCh 96). Tale edizione sarà pure seguita per quei passi delle Variae citati più avanti.

 22. C.T. LEWIS - C. SHORT, A Latin Dictionary, rist., Oxford 1975, s.v. tumulus.

 23. Scala Parad. I: PG 88, 641.

 24. Cfr. A. PERTUSI, Aspetti organizzativi e culturali dell’ambiente monacale greco dell’Italia meridionale, in AA.VV., L’eremitismo in Occidente nei secoli XI e XII, Milano 1965, pp. 382 ss. = A. PERTUSI Scritti sulla Calabria greca medievale, a cura di E. FOLLIERI, Soveria M.lli 1994, pp. 139 ss.

 25. Cfr. in merito A. PERTUSI, cit., pp. 383 s. = ID., Scritti..., cit., pp. 140 s.

 26. Cfr. CASSIOD., Inst. I 29,2: Cassianum presbyterum, qui conscripsit de institutione fidelium monachorum, sedule legite... .

 27. Cit., p. 13, pp. 125 ss.

 28. Cit., p. 125.

 29. Cit., p. 13.

 30. E. ZINZI, cit., p. 127.

 31. Poiché, come scrive l’ARRANZ (Il culto liturgico di S. Agazio, in Vivarium Scyllacense 2, 1991, p. 89), “l’esodo di oggetti sacri da Costantinopoli verso Occidente era iniziato quando a partire dal 730 gli iconoclasti avevano cominciato a distruggere le icone sacre e a profanare le reliquie”, è per  lui possibile che la spoglia mortale di Gregorio fosse stata portata sui nostri lidi, assieme a quella di Acacio (Agazio), protettore di Squillace, nell’VIII secolo o successivamente ad esso da monaci greco-orientali (cfr. M. ARRANZ, cit., p. 89). Ciò sarà avvenuto, comunque, non più tardi dell’inizio del secolo IX, tenuto conto di una testimonianza di Teodoro Studita (759-826), pertinente alla traslazione di quelle reliquie nella kalabrítis gaía (Oratio in S. Bartholomeum 7 : PG 99, 800 B). Desidero far notare, infatti, che in base a tale oratio, come pure alla recensio del cosiddetto sinassarioM*, formatasi nel XII secolo ed accolta nei menei di Venezia (MV 12, 125-126), nonché riprodotta nel tomo CV della Patrologia Graeca (213-217) in coda all’editio princeps della laudatio Bartholomei apostoli di Niceta Paflagone, perciò erroneamente a lui attribuita (cfr. per tale recensio A. LUZZI, L’influsso dell’agiografia italogreca sui testimoni più tardivi del Sinassario di Costantinopoli, in AA.VV., Calabria Cristiana. Società, religione, cultura nel territorio della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi. I. Dalle origini al Medio Evo, Soveria M.lli 1999, pp. 505 ss.), sappiamo che, trasportate da flutti marini assieme ad altre urne, le casse contenenti i corpi di Gregorio e di Acacio giunsero per volere divino dall’Oriente in Calabria, dove approdarono l’una a Colonna, l’altra nella città Kálas kalouménen (THEOD. STUD., ib.) o, come si legge in MV 12, 126, in Askálous pólin. Ci è difficile capire quanto vera, così come raccontata nelle suddette fonti, possa considerarsi la traslazione via mare delle reliquie di quei santi:  il fatto che sia le loro urne, sia altre lárnakes contenenti i resti mortali di S. Bartolomeo e dei martiri Papino (“Pappiano” in MV 12, 126) e Luciano superino l’Ellesponto, attraversino il mare Egeo e l’Adriatico, costeggino Lipari, dove si ferma l’apostolo Bartolomeo, si avviino le rimanenti verso i lidi della Sicilia, in cui approdano Papino e Luciano, da qui le altre, poi, si allontanino dirigendosi verso la Calabria è qualcosa di prodigioso a cui potremmo e non potremmo credere. Ritengo più accettabile, quindi, la possibilità che le reliquie del Taumaturgo e di Acacio fossero state traslate sulle nostre spiagge da monaci bizantini. Quei santi mártures, dunque, sarebbero stati inseriti in un racconto che – già noto nella letteratura occidentale del VI secolo in relazione al corpo dell’apostolo Bartolomeo (cfr. GREG. T., In glor. mart. 34), anch’esso giunto in Occidente, rinchiuso in un’arca trasportata dalle onde marine – fu in seguito ripreso ed ampliato con la narrazione del viaggio marittimo delle spoglie di altri santi, dal momento che, come quelle di S. Bartolomeo, anche le salme di Papino, Luciano, Gregorio e Acacio erano pervenute in Italia dal lontano Oriente. In qualunque modo stiano le cose, tuttavia, è certo che non solo il Taumaturgo, ma pure Acacio, giunti “in terra calabra” per divenire entrambi “protettori” di quelle póleis che li avrebbero accolti (cfr. THEOD. STUD., ib.), da secoli sono patroni l’uno di Stalettì, l’altro della vicina Squillace. E allora, propendo a credere che sia Kálas, sia Askálous consistano in degli errori della tradizione manoscritta e che in Colonna, invece, possa identificarsi il centro fortificato sorto probabilmente alla fine del VI secolo sul promontorio di Stalettì (tale toponimo sembra derivare dal dorico stála, “colonna”, e dal termine akté, che significa, fra l’altro, “capo”, “promontorio”, un composto, quindi, corrispondente a Stalakté, che in alcuni atti notarili del XIII secolo sta ad indicare appunto il borgo Stalettì: cfr. F. TRINCHERA, Syllabus graecarum membranarum, Neapoli 1865, p. 345, p. 406, p. 409), quando la popolazione di Squillace, di cui il sito del predetto centro, come si vedrà più avanti, costituiva area periferica, abbandonò la sede sul litorale per trasferirsi sul colle che ne è tuttora ricettacolo. 

 32. Sulla testimonianza di Atanasio Chalkeópoulos concernente il monastero Sancti Gregorii de Stalacti cfr. M. H. LAURENT- A. GUILLOU, Le ‘Liber Visitationis’ d’Athanase Chalkeópoulos (1457-1458). Contribution à l’histoire du monachisme grec en Italie méridionale, Città del Vaticano 1960, p. 117: “Die mensis januarii accessimus ad visitandum monasterium Sancti Gregorii de Stalacti, Squillacensis diocesis, quod distat a dicto casali Stalacti per medium miliare”; ib., p. 215: “...monasterium S. Gregorii, O. S. Bas., Squillacen. dioc....”; ib., p. 301: “...abbas Marcus Anthonius Armogica fecit unam grangiam sub casali Stalatti et vocavit monasterium Sancti Gregorii”. Riguardo a quanto scritto su quel monastero da Peregrino Samonà cfr. F. TRlNCHERA, cit., pp. 406-410.

 33. Cfr. G. JACOPI, Sarcofago con iscrizioni graffite bizantine scoperto nel Golfo di Squillace, in La voce di Calabria, 30 maggio 1953; ID., Sarcofago (forse di Cassiodoro) con iscrizioni graffite scoperto a San Martino di Copanello sul Golfo di Squillace, in Actes IX congrès int. d’ét. byz., Atene 1955, pp. 201 ss.

 34. Cfr. A. PERTUSI, cit., p. 383, nota 5 = ID, Scritti..., cit., p. 140, nota 5.

 35. Cfr. A. PERTUSI, Monaci e monasteri della Calabria bizantina, in AA.VV., Calabria bizantina. Vita religiosa e strutture amministrative, Reggio C. 1974, pp. 21 ss. = A. PERTUSI, Scritti..., cit., pp. 120 ss.

 36. D. MINUTO, Ricordi basiliani tra Reggio e Locri. Notizie sui monasteri greci del versante ionico tra la sponda sinistra della fiumara Calopinace e la sponda destra della fiumara Gerace, in Studi per il 150º anno scolastico del Liceo-Ginnasio “T. Campanella” di Reggio Calabria, Reggio Calabria 1964, p. 176.

 37. Sugli impianti speleotici attorno ad una chiesa o katholikón, adibiti nel monachesimo greco-orientale ed italo-greco a dimore eremitiche formanti un monastero, cfr. A. PERTUSI, La Chiesa greca in Italia, in AA.VV., Problemi di storia della Chiesa: l’alto medioevo, Milano 1973, p. 114 = A. PERTUSI, Scritti..., cit., p. 84.

 38. Se nato fra il 484 ed il 490, d’accordo con l’opinione di O’DONNELL (cit., p. 23), e ancor vivo all’età di 93 anni (cfr. CASSIOD., De orthogr., praef.: ed. H. KEIL, Grammatici Latini, VII, Lipsiae 1880, p. 143), ne consegue che Cassiodoro morì o poco dopo il 577 o poco dopo il 583.

 39. Cfr. GREG. M., Ep. VIlI 30,2 ss.: “Querimoniam monachorum monasterii Castelliensis oblata ab eis petitio...patefecit”; ib. 32,5 ss.: “Questi...nobis sunt monachi monasterii Castelliensis... Indicaverunt... praedicti monasterii monachi castrum quod Scillacium dicitur in solo iuris monasterii eorum esse fundatum... Praeterea questi nobis sunt praedicti monasterii monachi abbatem suum terram intra Scillacinum castrum, quae in sexcentos pedes extenditur, sub praetextu fabricandae ecclesiae fraternitati tuae donationis titulo concessisse” (ed. D. NORBERG, Turnholti 1982, pp. 155 s.: CCh 140 A). Anche per altri passi dell’epistolario di Gregorio Magno, che saranno riportati nel corso del presente lavoro, si seguirà tale edizione.

 40. E. ZINZI, cit., p. 57, nota 128. Cfr. pure L. VISCIDO, Appunti..., cit., p. 97.

 41. Cit.

 42. Per una descrizione di questo centro fortificato cfr. F. BOUGARD - G. NOYÉ, Chronique des activités de l’École Française de Rome. 4. Squillace (prov. de Catanzare), in Mélanges de l’École Française de Rome 98 (1986), pp. l207 ss.; E. A. ARSLAN Ancòra da Scolacium a Squillace: dubbi e problemi, in Mélanges ...- Moyen Âge -, 103-2 (1991), pp. 469 ss.

 43. E. A. ARSLAN, Ancòra..., cit., p. 482. Circa tale insediamento fortificato, non poco interessante si rivela un’altra annotazione dell’ARSLAN, che è la seguente: “inserita in una logica più di controllo marittimo che territoriale (le connessioni con l’interno appaiono difficili), la fortificazione sembra proporsi più come anello di una catena di piccoli e medi presidii di avvistamento e di prima resistenza... . Sembra avere quindi una funzione limitata ad un comparto marittimo ben preciso e doveva funzionare in connessione con altre strutture simili con le quali probabilmente si trovava in contatto visivo. Non ne doveva essere prevista una possibilità valida di resistenza su tempi lunghi, quale sarebbe stata necessaria se la fortificazione fosse stata in qualche modo un centro di controllo, di difesa e di coordinamento di un territorio più vasto. La resistenza doveva quindi essere prevista solo per il tempo necessario ad organizzare una difesa in altro luogo. Sembrerebbe quasi non prevista una possibilità di evacuazione del presidio, che comunque avrebbe avuto tempi ridottissimi in caso di attacco... . Anche se...il complesso fortificato ha avuto una evoluzione in senso residenziale, non è sostenibile una prevalente funzione di rifugio. La collocazione...e la natura delle strutture fortificate loqualificano, infatti, in termini primari di natura militare, ponendo in secondo piano, se non escludendolo, la necessità di protezione di una popolazione civile. Questa doveva porsi all’esterno della cinta, come indica la natura delle strutture ancòra affioranti nell’interno (più adatte, nella loro robustezza, a partizioni interne dell’impianto militare che a delimitare abitazioni civili di artigiani e agricoltori), era esposta a qualsiasi eventuale attacco e soprattutto doveva accettare di vivere intorno ad una realtà militare che pagava il privilegio di collocarsi in posizione dominante con una pericolosissima visibilità da tutti i lati. Se noi quindi accettiamo per la fortificazione una funzione non militare di rifugio, la scelta del luogo non poteva essere peggiore. Se invece accettiamo una funzione di presidio militare nei confronti dei Longobardi, non si capisce la natura del presidio marittimo del complesso” (ib., pp. 482 s.).

 44. A. BLAISE, Dictionnaire latin-français des auteurs chrétiens, Strasbourg 1954, s.h.v.

 45. Cfr. THES. L. L., VIII, 1403, 43 ss.

 46. Cfr. A. CAPPELLI, Dizionario di abbreviature latine ed italiane, rist., Milano 1912, p. 223.

 47. S’è già notato che non di rado in latino, e persino in Cassiodoro, mons è sinonimo di collis.

 48. Sulle varianti del nome cfr. D. VENDOLA, Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Apulia-Lucania-Calabria, Città del Vaticano 1939, p. 314; M. H. LAURENT- A. GUILLOU, cit., p. 120, p. 301; F. RUSSO, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma 1974, nrr. 630, 639, 1445.

 49. Cit., p. 101.

 50. Cfr. E. ZINZI, cit., p. 100, p. 103, p. 110, p. 126; F. BOUGARD – G. NOYÉ, Squillace..., cit., pp. 215 ss.

 51. Sulla beatitudo cassiodorea cfr. L. CUPPO - CSAKI, Beatus Cassiodorus, in Vivarium Scyllacense 8.2 (1997), pp. 13 ss.

 52. Ved. nota 33.

 53. Cfr. A. PERTUSI, Il ‘thema’ di Calabria: sua formazione, lotte per la sopravvivenza. Società e clero di fronte a Bisanzio e a Roma, in AA.VV., Calabria bizantina..., cit., p. 139 = A. PERTUSI, Scritti..., cit., p. 55.

 54. Se per la ZINZI (cit., p. 57, nota 128) la chiesa di S. Maria – dalla quale prese nome nei secoli medievali il su citato monasterium – “ può ben essere rifacimento dell’edificio sacro del castrum [quod Scillacium dicitur], abbandonato collo spostamento della città nella più interna sede attuale e compiuto allorché ne prende possesso la comunità basiliana”, non vedo il motivo per cui essa non possa considerarsi una fondazione della medesima comunità oppure il “rifacimento” di un preesistente centro cultuale, che non avrebbe nulla a che fare con l’ecclesia dello Scillacinum castrum di cui parla Gregorio Magno e della quale, come sostiene il RHODIO (cit., p. 47), può essere “erede” la Cattedrale dell’odierna Squillace.

 55. Ved. nota 37.

 56. Cfr. F. RUSSO, cit., nrr. 630,  633, 1445.

 57. Cfr. F. TRINCHERA, cit., pp. 406 s.; M.H. LAURENT – A. GUILLOU, cit., p. 117, p. 215, p. 301; F. RUSSO, cit., nr. 1511.

 58. Così leggiamo in un documento greco scritto nel 1242 dal notaio squillacese Peregrino Samonà, il quale fa distinzione fra l’uno e l’altro kunóbios (cfr. F. TRINCHERA, cit., pp. 406 s.).

 59. Su tale identificazione come civitas cassiodorea cfr. E. A. ARSLAN, Relazione preliminare sugli scavi effettuati nel 1976-7-8-9 a Roccelletta di Borgia (Scolacium), in AA.VV., Colonia Minervia Nervia Augusta Scolacium. Atti Ce. S. D. I. R., II, Milano 1969-70, pp. 15 ss.; F. CANTARELLI, Rassegna delle fonti relative a Scylletion - Scolacium, ib., p. 107; E. ZINZI, cit., p. 63.

 60. C. DONZELLI, Le strutture tardoantiche di Scolacium, in Mélanges..., cit. (1991), p. 485.

 61. Cfr. SERV., scol. ad Aen. III 553: Alii dicunt Ulixen post naufragium in Italia de navium fragmentis civitatem sibi fecisse, quam navifragum Scyllaceum nominavit.

 62. Dissento da quanto con assoluta certezza asserisce il RHODIO (cit., p. 67, nota 32), e cioè che l’aggettivo vetus è un “attributo del titolo di S. Maria” e non di Squillace. A sostegno di questa affermazione egli cita il seguente passo del Liber Visitationis d’Atanasio Chalkeópoulos (ed. cit., p. 301): Die 11 octobris venimus ad Sanctam Mariam de Veteri Squillatio, quae est abbatia et non ecclesia parochialis, quae etiam vocatur Episcopatus Squillacensis. Juxta Sanctum Basilium de Camardi est abbatia antiqua quae erat juxta mare, sed per timorem Turcarum abbas Marcus Anthonius Armogica fecit unam grangiam sub casali Stalatti et vocavit monasterium Sancti Gregorii. Secondo il RHODIO, i “basiliani non riferivano” quell’aggettivo alla vecchia Squillace, “bensì all’abbatia antiqua e abbandonata sui colli più a sud... del sito attuale di S. Maria (del Mare), che, proprio per essere più prossimo a Squillace (anzi nel suo territorio) e soggetto ad una particolare giurisdizione vescovile, ha avuto aggiunto il complemento (di luogo) Squillatio (in, a Squillace) o anche Squillatii (di Squillace)”. A parte, comunque, quanto da me poc’anzi rilevato, a parte il fatto, inoltre, che è lo stesso Atanasio a riferire che l’ecclesia del monasterium di S. Maria Veteris Squillacii si trovava in bono situ, ubi primitus fuit civitas Squillacii(ib., pp. 120 s.) — e qui vetus, riferito a Squillacium, pienamente si giustifica —; tenuto conto, ancòra, che il Chalkeópoulos fa ricorso a entrambe le dizioni Sancta Maria Veteris Squillacii e Sancta Maria de Veteri Squillatio (ib., p. 120, p. 301), è il caso di far notare che, se di “attributo” di Santa Maria si fosse trattato, l’autore del Liber Visitationis non avrebbe fatto uso dell’espressione Veteris Squillacii o de Veteri Squillatio, da cui emerge in modo chiaro, invece, che vetus è impiegato con riferimento alla città.

Si tenga presente, infine, che in un documento greco del 1243, redatto dal pubblico notaio Peregrino Samonà (cfr. F. TRINCHERA, cit., p. 409), la chiesa di S. Maria Veteris Squillacii è detta theotókos toû paleoû skúllakos, dove l’aggettivo paleoû (latino veteris) non si riferisce a theotókos, bensì a skúllakos.

 63.  G. BRINATI, cit., p. 213.

 64. Per un quadro storico di Squillace medievale cfr. M. MAFRICI, Squillace e il suo castello nel sistema difensivo calabrese, Reggio Calabria 1980, pp. 21 ss.

 65. Cfr. M. MAFRICI, cit., p. 31, p. 184.

 66. Cit., p. 212. 

67. D. LOVISATO, cit., p. 11.

 68. G. BRINATI, cit., p. 215.